Non tutti i cataloghi di pregio sono in mano alle major. E i proventi generati da una somma di cataloghi sono buoni tanto quelli derivanti dalla legacy di una sola superstar. Inoltre, molto talento (è statistico, oltre che culturale) viene allevato lontano dalle big three. Infine, come per quella di più cataloghi, anche la somma di flussi di cassa diversi è particolarmente appetibile (anzi: ha anche il pregio del de-risking). Queste e altre ragioni sono alla base dell’interesse concreto della finanza per la musica indie. Con il recente caso Pipeline a destare un interesse che merita approfondimento. Pipeline Pipeline, una nuova piattaforma di finanziamento dedicata alle società musicali indipendenti, ha raccolto oltre 200 milioni di dollari di capitale con l’obiettivo di aiutare l’industria indie a “sbloccare il valore della propria proprietà intellettuale” per “crescere e scalare su basi più solide”. La piattaforma, sostenuta da Jamen Capital, guidata da Matt Spetzler, esce dalla fase stealth dopo oltre un anno di sviluppo portato avanti con l’ambizione di diventare il principale finanziatore globale della musica indipendente. A differenza delle soluzioni tradizionali, Pipeline si propone come uno strumento di finanziamento flessibile e strutturato per etichette, distributori e altre realtà indipendenti, con l’intento di ridurre la necessità di ricorrere ad acquisizioni terze o a clausole contrattuali onerose. La leadership della piattaforma vanta decenni di esperienza combinata nei settori della musica, della finanza e della tecnologia: Spetzler è noto per aver gestito investimenti per oltre 5 miliardi di dollari in IP musicali e siede nei consigli di società come Kobalt, Soundtrack, Recognition Music Group e Muse Group. Pipeline promette un processo decisionale rapido, processi di underwriting supportati dalla tecnologia e termini contrattuali più semplici rispetto a quelli oggi disponibili, con l’obiettivo di aiutare le realtà indie a competere per qualità artistica e non solo per potere di spesa. Inizialmente la piattaforma si concentrerà su etichette e distributori, con piani di estendere presto progetti pilota con editori e organizzazioni di diritti d’esecuzione. Questa mossa si inserisce in un panorama di finanziamento alternativo in crescita per il settore musicale, dove altre piattaforme stanno ampliando le loro soluzioni per artisti indipendenti e titolari di cataloghi. Merlin Ora conosciamo anche una delle principali strade che Pipeline seguirà: quella segnata dalla partnership siglata con Merlin per offrire ai suoi membri anticipi garantiti dalle royalty digitali. Nel suo keynote al Music Ally Connect della scorsa settimana, proprio il CEO di Merlin Charlie Lexton ha spiegato che l’agenzia era alla ricerca di un progetto di questo tipo da anni. «Fino ad ora, ogni conversazione sostenuta con banche, alcuni finanziatori privati e con ogni possibile tipologia di fonte di finanziamento che si possa immaginare si complicava molto rapidamente e molto presto diventata restrittiva. Comportava termini che o non avrebbero funzionato a causa della nostra struttura, oppure avrebbero messo le manette ai nostri membri, cosa che non mi interessa affatto. Merito di Pipeline: il modo in cui abbiamo strutturato questa operazione si inserisce perfettamente nel sistema Merlin». Pare che il dialogo tra Lexton e Spetzler sia stata la chiave di volta per la sigla dell’intesa. Chi è Matt Spetzler Matt Spetzler è un investitore veterano nei settori della tecnologia, dei media e della musica, con anni di esperienza in private equity e capitali dedicati alla proprietà intellettuale. È un partner fondatore di Jamen Capital e co-fondatore e, oggi, Executive Chairman di Pipeline. Prima di Jamen Capital, Spetzler è stato partner e Co-Head Europe presso Francisco Partners, dove ha guidato investimenti significativi nel settore musicale e tecnologico, tra cui il ruolo chiave nella acquisizione di Kobalt Music Group da parte di Francisco Partners. Nel corso della sua carriera ha completato oltre 10 investimenti nel settore musica/audio per un valore aggregato superiore ai 5 miliardi di dollari e siede nei consigli di diverse realtà di settore come Kobalt, Soundtrack, Recognition Music Group e Muse Group. Matthew Steven Spetzler ha doppia cittadinanza - americana e britannica – ed è residente nel Regno Unito. Intorno a Pipeline Negli ultimi anni nel music business si sono affacciati diversi nuovi protagonisti con modelli di finanziamento orientati agli operatori indipendenti e, tra questi, quattro nomi spiccano per scala e impatto: beatBread, Duetti, Alignment Artist Capital e ANote Music. Ognuno di questi veicoli è supportato da capitali istituzionali e investitori sofisticati che ne rendono possibile la crescita e l’adozione su scala globale. beatBread ha raccolto oltre 124 milioni di dollari in combinazioni di debito ed equity, con finanziamenti provenienti da attori della finanza tradizionale come Citi (attraverso il suo team SPRINT) e da venture capital come Deciens Capital, Mucker Capital e Advantage Capital. Questa base di capitale permette alla piattaforma di offrire agli artisti e alle etichette indipendenti anticipi su royalty e finanziamenti legati alla performance in modo rapido e scalabile. Duetti, specializzata nell’acquisizione e monetizzazione di cataloghi musicali, ha assicurato una iniezione di capitale da 200 milioni di dollari, con 50 milioni guidati da Raine Partners (il fondo di crescita di The Raine Group) e una componente significativa di linea di credito strutturata. A supporto di quest’operazione figurano investitori come Flexpoint Ford, Nyca Partners e Roc Nation, che posizionano Duetti in una nicchia tra asset manager e piattaforme di investimento in IP musicali. Alignment Artist Capital, invece, è una realtà finanziaria fondata da James Diener e Howard Lipson e sostenuta dall’unità Alternative Investors di BlackRock, tra i più grandi asset manager globali. Il suo modello prevede investimenti strutturati di portata significativa in contratti di artisti e autori, offrendo capitale direttamente alla carriera creativa. Infine, ANote Music si differenzia come marketplace per flussi di royalty, e la sua crescita è stata favorita da investimenti e supporti strategici che includono Algorand Ventures, ACME Innovation e contributi pubblici come grant dal Luxembourg Ministry of the Economy/Luxinnovation. Questo mix di capitale privato e supporto istituzionale ha consentito ad ANote di sviluppare prodotti finanziari che rendono negoziabili le royalty per una platea più ampia di investitori. Insieme, queste quattro società rappresentano un segmento finanziario vivo e variegato, dove banche globali, fondi di venture e asset manager istituzionali trovano modi diversi di entrare nell’economia della musica indipendente, contribuendo a strutturare un mercato del capitale più profondo e dinamico rispetto al passato. Finanza e indie: perché e come La finanza si appassiona oggi all’indie musicale non per una riscoperta culturale, ma perché l’indipendente è diventato uno dei segmenti della musica in cui i flussi di cassa prevedibili non sono aggravati da certe rigidità strutturali tipiche delle major. Lo streaming ha reso cataloghi, roster e distribuzione misurabili, quindi finanziabili, mentre la crescita dell’ecosistema indie ha creato una domanda di capitale che non passa necessariamente dalla cessione dell’IP. Per un investitore, l’indie è un mercato frammentato, ancora inefficiente, dove è possibile generare rendimento senza dover competere frontalmente con le grandi conglomerate. Le opportunità si annidano proprio qui: finanziare ricavi ricorrenti legati alle royalty, entrare in partnership senza acquisire diritti, costruire relazioni di lungo periodo con operatori che vogliono scalare ma restare indipendenti. In questa fase storica, poi, l’indie consente anche una forte opzionalità strategica: chi finanzia oggi può domani diventare partner industriale, aggregatore o fornitore infrastrutturale, senza essersi esposto subito sul fronte della proprietà. Anche i rischi, però, sono reali. L’afflusso di capitale sta rendendo il mercato più affollato e comprimendo i rendimenti sui cataloghi migliori, mentre la dipendenza dal modello economico delle piattaforme di streaming resta un fattore strutturale di incertezza. Inoltre, l’indipendente è per definizione eterogeneo: modelli di governance fragili, schemi operativi non standardizzati e forte esposizione al talento rendono il rischio operativo più alto rispetto alle major. In sintesi, la finanza non sta “salvando” l’indie, ma è come se stesse usando il comparto come un banco di prova. È lo spazio in cui si sperimentano nuovi modelli di finanziamento, meno legati alla proprietà e più al flusso, in un momento in cui l’intera industria musicale sta ridefinendo il rapporto tra capitale, creatività e controllo. Tra finanza e cultura Infine, un’osservazione non marginale: l’indie è strutturalmente pronta per la finanza, ma culturalmente lo è molto meno. È proprio sul rischio di snaturamento che nuovi partner, come Pipeline da un lato e Merlin con i suoi associati dall’altro, dovranno misurarsi. L’indie è pronta perché oggi produce flussi misurabili, ricorrenti e anticipabili, grazie alla prevedibilità delle entrate permessa dallo streaming e a una distribuzione standardizzata, con costi relativamente controllabili e l’IP non più unica leva di valore. Insomma, da un punto di vista finanziario, l’indie è finalmente “leggibile”: può sostenere debito, revenue-based financing, anticipo su royalty, senza dover per forza vendere cataloghi o perdere controllo creativo. Il rischio di snaturamento nasce, invece, quando la finanza chiede all’indie di comportarsi come una major, invece di adattarsi alla sua natura. Se il capitale pretende crescita lineare, accelerazione forzata, una logica hit-driven o orizzonti di uscita brevi, allora l’indie perde ciò che la rende diversa: flessibilità, selezione paziente del talento, relazione diretta con artisti e comunità. In quel caso non diventa “più forte”, diventa solo una major più piccola e più fragile. Il punto non è se l’indie si snaturerà, ma chi detta le regole. Se il capitale resta infrastrutturale — finanzia flussi, non impone estetiche; abilita, non governa — l’indie può rafforzarsi senza perdere identità. Se invece diventa prescrittivo, l’indie non scompare: viene semplicemente riclassificata come un qualsiasi altro asset finanziario, e smette di essere un ecosistema creativo distinto.