Pare essersi rivelato più complicato del previsto il debutto sul mercato statunitense della versione americana di Tiktok, lanciata solo pochi giorni fa in seguito alla ratifica dell’accordo tra i governi di Washington e Pechino riguardante l’assetto societario della nuova entità, controllata - in ottemperanza a quanto stabilito dal Protecting Americans from Foreign Adversary Controlled Applications Act - da investitori occidentali. Secondo quanto rilevato dalla società di indagini di mercato Sensor Tower - e riferito da CNCB - in meno di una settimana le disinstallazione dell’app sui dispositivi degli utenti americani sono cresciute del 150%: ragione dell’esodo di massa sarebbe il timore, da parte degli iscritti, che dati sensibili come cittadinanza, status di permanenza nel Paese e appartenenza etnica possano essere comunicati dai gestori della piattaforma alle autorità USA, e di conseguenza trasferiti ad agenzie come l’Immigration and Customs Enforcement, organizzazione diventata oggetto di forti contestazioni - non solo interne - dopo le operazioni condotte in diverse città del Paese culminate nei tragici fatti di Minneapolis. Oltre ai problemi tecnici e alle accuse di censura (rilanciate dal governatore della California Gavin Newsom) da parte di una fetta di utenza, la criticità che sta avendo più impatto sugli utenti, secondo i media americani, sarebbe il reset dei parametri dell’algoritmo di raccomandazione, che avrebbe cancellato le preferenze dei singoli account vanificando di fatto il percorso di training compiuto in anni di attività sul mercato locale.