E’ la differenza - sostanziale - tra l’accordo chiuso tra Udio e Universal Music (poi replicato anche da Warner Music) e quello siglato tra Suno e la major guidata da Robert Kyncl il campo di gioco sul quale si sta giocando il futuro dei rapporti tra industria musicale e intelligenza artificiale. Mentre Udio, dopo la chiusura dei negoziati, ha disabilitato l’opzione di download dalla sua piattaforma, di fatto limitando la fruizione dei prodotti del suo modello generativo a un ambito ben definito (un “walled garden”, in italiano “giardino recintato”), Suno - negli accordi siglati con WMG - non ha imposto limitazioni analoghe, permettendo ai contenuti prodotti dalla sua GenAI una circolazione pressoché illimitata - compresi, salvo limitazioni specifiche imposte dai gestori dei servizi di streaming, i DSP. Nel corso di un intervento al podcast di Billboard USA “On the record”, Michael Nash, Executive Vice President and Chief Digital Officer di Universal Music, ha voluto puntualizzare quanto già espresso dal suo diretto superiore - Lucian Grainge, Presidente e CEO di UMG - riguardo i paletti che definiscono i parametri del rapporto tra la propria azienda e il settore dell’AI generativa. “Il concetto [di "walled garden”] è quello di impostare tramite l'intelligenza artificiale un componente del servizio per un'interazione profonda con gli artisti e i contenuti, ma non di creare derivati che poi si prendono dalla piattaforma e si pubblicano sui social, su Spotify, Amazon Music e Apple Music”, ha spiegato Nash: “In questo modo, il lavoro degli artisti e il loro marchio vengono utilizzati per creare derivati con cui si entra in competizione con l'artista su altre piattaforme”. Ecco spiegata, quindi, l’alleanza con Udio e non con Suno: "Se si considera qual è il punto di differenziazione rispetto agli accordi che abbiamo concluso e alle partnership che non abbiamo ancora stretto, fondamentalmente si tratta di eticità", ha concluso Nash. Sul fronte opposto Paul Sinclair, Chief Music Officer di Suno, in un post sulla propria pagina LinkedIn, ha criticato la posizione di Nash e UMG, sostenendo come la libertà di fruizione dei prodotti della GenAI non comportino violazione alle norme sulla proprietà intellettuale. "Se negli ultimi 25 anni avessimo cercato di rinchiudere la musica in sistemi chiusi, non avremmo lo streaming come lo conosciamo oggi, ovvero l’intera produzione musicale mondiale disponibile nelle nostre tasche", ha sostenuto Nash: “Non avremmo miliardi di persone che interagiscono legalmente con la musica su piattaforme basate su contenuti generati dagli utenti. Non avremmo l'esplosione di generi musicali globali, produttori da camera da letto che creano hit da Hot 100, o fan che diventano creator a pieno titolo". Ex dirigente di Warner Music, Sinclair - come Sam Berger - fa parte di quella nutrita schiera di veterani dell’industria discografica entrati nell’organico di Suno in qualità di pontieri con il settore della musica registrata e dell’editoria. Tuttavia, le posizioni delle big three riguardo i rapporti con le società di intelligenza artificiale generativa sono ancora piuttosto eterogenei, nonostante i passi avanti compiuti lo scorso novembre abbiano rappresentato - senza dubbio - un punto di svolta. Mentre Sony Music, per il momento, pare ancora refrattaria agli abboccamenti con le principali aziende di Gen AI musicale, Warner Music - forte del suo accordo con Suno, l’azienda più sviluppata (e per questo più temuta) del proprio segmento, pare la più propensa ad abbracciare le opportunità (o a far fronte alle minacce, a seconda dei punti di vista) offerte dall’AI. Nel mezzo c’è Universal Music, la prima delle tre major per quote di mercato, il cui Presidente e CEO Lucian Grainge, all’inizio di quest’anno, ha dettato una linea molto chiara rispetto alla disponibilità nel concedere i propri cataloghi ai processi di training dei modelli generativi. “Validare modelli di business che non rispettano il lavoro e la creatività degli artisti – e promuovono la crescita esponenziale di intelligenza artificiale sulle piattaforme di streaming – è un grave danno per gli artisti, gli autori e tutti noi che lavoriamo nel mondo della musica”, aveva chiarito il numero uno di UMG nel messaggio ai dipendenti inviato a inizio 2026: “Voglio essere chiaro: UMG non resterà a guardare mentre modelli di business irresponsabili prendono piede – modelli che svalutano gli artisti, non riescono a fornire un compenso adeguato per il loro lavoro, soffocano la loro creatività e, in definitiva, riducono la loro capacità di raggiungere i fan”. Leggi anche: Klay, Suno, Udio e major: la nuova architettura dell’industria