Chi sente il bisogno di essere rassicurato, nel più recente rapporto Chartmetric (al quale MusicBiz ha dedicato uno speciale in cinque puntate, che trovate qui) trova pane per i propri denti. Si prenda, per esempio, il settore live: a spopolare nel segmento degli eventi singoli, ormai, sono le superstar, che occupano la quasi totalità dei ruoli da headliner lasciando agli artisti emergenti o minori le briciole, sotto forma di ruolo da comprimari ai grandi festival. Una novità? Non esattamente. Poi: i brani ai vertici delle classifiche presentano un numero medio di autori molto più alto rispetto alla media complessiva. O ancora: mentre cala la quota di artisti ascrivibili ai macro-generi tradizionali (pop e rap su tutti), cresce quella relativa ai generi regionali e non anglofoni nella porzione alta del mercato globale. Stupefacente? Non proprio. C’è, tuttavia, un importante tassello che il report Chartmetric relativo 2025 aggiunge alla rappresentazione dell’industria musicale odierna. L’ultimo rapporto annuale IFPI, pubblicato lo scorso marzo, aveva indicato una tendenza (poi effettivamente consolidatasi) anticipando la frenata della crescita dei mercati avanzati - talvolta decisamente brusca: si pensi, per esempio, al clamoroso +0.9% del mercato discografico USA registrato dalla RIAA alla fine del primo semestre dello scorso anno. Come conciliare, quindi, i dati relativi alle performance della musica registrata nell’ecosistema digitale registrate da Chartmetric con lo scenario tratteggiato dall’International Federation of the Phonographic Industry? Per fare un esempio: in un mercato globale dove - sempre secondo Chartmetric - il tempo medio che un brano impiega a raggiungere il miliardo di stream è crollato dai 2700 giorni del 2024 ai 197 giorni del 2025 è possibile parlare di “rallentamento”? Probabilmente sì, perché tra i due report un tratto comune c’è: entrambi gli studi fotografano la stessa situazione, solo da angolazioni diverse. Se, da una parte, è vero che - sui DSP - l’offerta continua a superare di gran lunga la domanda, con la stragrande maggioranza dei brani inseriti quotidianamente nei cataloghi delle piattaforme destinati all’oblio istantaneo (o quasi), è anche vero che la via al successo pare essere diventata non solo decisamente più breve, ma anche più abbordabile. Il fatto che - dice Chartmetric - in un anno gli artisti “superstar” siano quasi triplicati - da 222 nel 2024 a 759 nel 2025 - implica un trend che, se confermato, nel prossimo anno potrebbe diventare esponenziale. E’ una buona notizia? Non necessariamente. Rispetto all’epoca del fisico, quella del digitale è molto meno premiante nei confronti dei one-hit wonder: se, un tempo, il successo (anche se effimero) portava comunque un beneficio economico all’industria, oggi una stagione sulla cresta dell’onda - anzi, dello streaming - non basta per assicurare a un’etichetta un domani tranquillo. Perché, avvisano gli analisti di Chartmetric, “in un mercato costantemente alla ricerca del prossimo momento di svolta, il successo è più difficile da mantenere, e la longevità non è più garantita”. E questo, per certi versi, potrebbe essere un problema. Oggi come ieri, non tutte le uscite consegnate dalle frontline ai mercati sono destinate a diventare catalogo. Un eccessivo turnover di successi, tuttavia, potrebbe togliere il tempo necessario per trasformare una novità in young catalogue, e - successivamente - in classico. Ovviamente questo non ci impedirà, nel 2055, di ascoltare una canzone o un album pubblicati nel 2025. Anzi, dal “caso ‘Dreams’” in poi, la reperibilità pressoché universale che offrono le piattaforme ci ha insegnato come non sia mai stato facile come oggi attingere - anche spontaneamente, cioè senza l’induzione di particolari operazioni di marketing o di sync - dal passato. L’industria, almeno per come la conosciamo oggi, si è tarata su tassi piuttosto precisi di passaggio da frontline a catalogo: un’oscillazione troppo repentina in questo processo potrebbe essere assorbita senza scossoni eccessivi dal settore della musica registrata, ormai abituata da qualche anno a confini sempre più sfumati tra novità e repertorio, ma potrebbe incidere in modo più invasivo sul settore dell’editoria, strutturalmente più centrato sui cataloghi. In questo senso, spetterà all’industria decidere quale futuro prepare per sé: le realtà discografiche - soprattutto quelle più grosse, dotate di maggiore potenza di fuoco in termini di forza lavoro e risorse finanziarie - potrebbero decidere di assecondare il trend, aumentando i volumi di uscite per espandere le proprie quote di mercato e garantire la propria sostenibilità economica a medio - breve termine, rinunciando - apparentemente - alla visione a lungo termine storicamente affidata alle rispettive divisioni publishing. Tuttavia, una delle cose più importanti fatte trapelare dal rapporto 2025 di Chartmetric è la rapidità con la quale l’intero panorama musicale sta mutando a livello globale. Sebbene possa sembrare prematuro, ragionare sui numeri del report in termini di dinamiche frontline / catalogo e musica registrata / publishing implica proiettare il convenzionale modello industriale anglo-americano su uno scenario sempre meno occidentale, dove - in cinque anni - gli artisti statunitensi hanno perso 10 punti percentuali (dal 51% del 2020 al 41% del 2025) nella presenza nella Top 1000 mondiale, e dove ormai - sempre in termini di presenze - Gran Bretagna e India si equivalgono (all’11%). Non è detto che il modello cambi - le tre principali realtà discografiche a livello mondiale, da tempo impegnate in intense sessioni di shopping sui mercati emergenti, restano tutte, saldamente, a guida statunitense - ma a cambiare, sicuramente, sarà il pubblico, soprattutto in termini di volume. Una platea sempre più vasta e sempre più culturalmente globalizzata è ancora pressoché terra incognita, anche per gli analisti più raffinati. A essere veramente rivoluzionario, per quelli che oggi vengono considerati mercati emergenti, non è tanto la presenza di artisti nella Top 1000, quanto il numero di utenti paganti iscritti ai servizi streaming: se è vero che già oggi Nord America ed Europa pesano sugli abbonamenti premium per circa la metà a livello globale, visti i tassi di crescita vertiginosi riferiti dall’ultimo rapporto IFPI su mercati come quelli di India e Sud-Est asiatico è verosimile che nei prossimi anni il baricentro - culturale e industriale - del settore si sposterà sempre più lontano da noi. Ed è verosimile immaginare che un nuovo modello industriale, più adatto a uno scenario sempre più diversificato, mutevole e difficilmente inquadrabile, possa arrivare direttamente da lì.