<p style="text-align:left"><span><span><span><span>Una premessa doverosa: la recente <a href="https://musicbiz.rockol.it/news-756996/claw-fm-la-radio-online-con-musica-creata-da-agenti-ai">notizia del lancio di Claw.fm</a> (e, notizia nella notizia, quella dell'<a href="https://musicbiz.rockol.it/news-757089/il-fondatore-di-openclaw-ingaggiato-da-open-ai">ingaggio di </a></span></span></span></span><a href="https://musicbiz.rockol.it/news-757089/il-fondatore-di-openclaw-ingaggiato-da-open-ai">Peter Steinberger, fondatore di OpenClaw, progetto che ha sviluppato la stessa Claw.fm, da parte di OpenAI</a>)<span><span><span><span> potrebbe, tra pochi mesi, essere derubricata a una parte del gigantesco rumore di fondo che caratterizza l’incrocio tra Gen AI e musica. Gli annunci di iniziative e innovazioni sul tema, infatti, si succedono e abbondano, e la maggior parte dei tentativi finisce per non passare l’esame. Quella statistica punitiva tipica del mondo delle startup, qui, è perfino molto peggiore.</span></span></span></span></p> <p style="text-align:left"><span><span><span><span>Ma l’ipotesi alla base di Claw.fm è suggestiva, o inquietante se si vuole. Va indagata, anche se non del tutto compresa, perché nel suo modello sono gli agenti AI a essere i soggetti remunerati per la musica, e non gli artisti. L’intera questione dei diritti musicali tradizionali è – al momento - esterna al perimetro del sistema. Che sia solo rinviata o data per risolta a monte, poco conta. </span></span></span></span></p> <p style="text-align:left"><span><span><span><span>Retro-ingegnerizzare il ragionamento e il meccanismo permette di osservare cosa accadrebbe se questo modello, oltre che funzionare tecnicamente (perché funziona), si applicasse davvero.</span></span></span></span></p> <p style="text-align:left"><span><span><span><span><strong>Che cos’è un agente AI e cos’è l’agentic AI</strong></span></span></span></span></p> <p style="text-align:left"><span><span><span><span>Un agente AI è un sistema di intelligenza artificiale progettato non solo per rispondere a una richiesta, ma per agire. A differenza dei modelli AI tradizionali — che producono un output su input umano — un agente è in grado di eseguire una sequenza di azioni in autonomia: prendere decisioni, utilizzare strumenti esterni, interagire con altri sistemi e operare nel tempo senza un intervento costante da parte di una persona.</span></span></span></span></p> <p style="text-align:left"><span><span><span><span>Un agente AI può essere configurato per svolgere un ruolo specifico: ad esempio cercare informazioni, pubblicare contenuti, gestire un account, generare musica o compiere operazioni economiche. Tuttavia non si trascuri che, anche se viene spesso descritto come “autonomo”, un agente lavora sempre per conto di qualcuno: uno sviluppatore, un’azienda o un operatore umano che ne definisce obiettivi, limiti e strumenti.</span></span></span></span></p> <p style="text-align:left"><span><span><span><span>Con <em>agentic AI</em> si indica proprio questo approccio: un’evoluzione dell’intelligenza artificiale in cui i modelli non sono più solo strumenti passivi, ma componenti attivi di sistemi che pianificano, agiscono e si coordinano. L’agentic AI combina modelli linguistici, software di orchestrazione, accesso a servizi esterni (API, piattaforme, pagamenti) e una certa capacità di adattamento.</span></span></span></span></p> <p style="text-align:left"><span><span><span><span>Oggi ancora in una fase sperimentale e disomogenea, l’agentic AI dà già prova di operare in modo continuativo e di potere generare valore economico. Mancano però standard condivisi su responsabilità, sicurezza, <em>governance</em> e integrazione con i sistemi legali esistenti. Per questo motivo, oggi gli agenti AI trovano applicazione soprattutto in contesti di test, prototipazione o mercati emergenti, più che in filiere industriali pienamente regolamentate – che, invece, reagiscono comprensibilmente con diffidenza. Nell’industria musicale l’autonomia operativa degli agenti entra in tensione con requisiti di responsabilità, attribuzione dei diritti e controllo.</span></span></span></span></p> <p style="text-align:left"><span><span><span><span><strong>Un’economia agent-centric: la musica come materia prima</strong></span></span></span></span></p> <p style="text-align:left"><span><span><span><span>Quando l’agente ne diventa il nodo economico centrale, la filiera implicita cambia radicalmente. Non si parte più da autore, editore, label e collecting, ma da un flusso molto più corto che, in estrema sintesi, è più o meno questo: musica → agente → piattaforma → ascoltatore → ricavi. L’agente non è autore né titolare di diritti, ma diventa l’unico soggetto visibile che carica contenuti, li fa circolare e riceve flussi economici. La titolarità viene sostituita dall’operatività: conta chi agisce nel sistema, non chi detiene formalmente i diritti.</span></span></span></span></p> <p style="text-align:left"><span><span><span><span>In questo contesto, il termine “royalty” perde il suo significato tradizionale. Non indica più la remunerazione di un diritto, ma una ripartizione di ricavi interna alla piattaforma, più simile a un <em>revenue sharing</em> o a un sistema di incentivi. Evitando le fasi di <em>clearing</em> e <em>collecting</em> e perdendo di significato la territorialità, si introduce un’ambiguità strutturale che resta latente finché il sistema rimane piccolo o sperimentale. Ma poi?</span></span></span></span></p> <p style="text-align:left"><span><span><span><span>In un’economia agent-centric, <strong>la musica tende a diventare</strong> <strong>materia prima fungibile</strong>. Non è più un’opera singola da tutelare, ma un input per generare <em>engagement</em>, continuità di ascolto, segnali algoritmici. Il valore non è nell’identità artistica, ma nella capacità di produrre output costante e performante all’interno di un flusso funzionante 24/7. Questo approccio è coerente con quello di radio generative, playlist infinite e modelli in cui la scarsità non esiste più.</span></span></span></span></p> <p style="text-align:left"><span><span><span><span><strong>Le rivendicazioni</strong></span></span></span></span></p> <p style="text-align:left"><span><span><span><span>Quando un modello del genere dimostra di funzionare, le rivendicazioni non sorgono all’inizio, ma si manifestano a valle. Quali?</span></span></span></span></p> <p style="text-align:left"><span><span><span><span>Le prime istanze riguarderebbero i titolari di diritti umani, nel momento in cui output monetizzati da agenti iniziassero a somigliare troppo a stili, repertori o opere riconoscibili. Anche quando la musica è dichiarata “AI-generated”, il confine tra ispirazione, derivazione e violazione resta contestabile, soprattutto se esiste un flusso economico stabile.</span></span></span></span></p> <p style="text-align:left"><span><span><span><span>Un secondo fronte investirebbe gli sviluppatori o operatori degli agenti. Poiché l’agente non è un soggetto giuridico, chi lo controlla tenderà a rivendicare il diritto economico sui ricavi. Qui si apre una tensione nuova: chi possiede il wallet, chi risponde legalmente? La piattaforma, l’operatore o nessuno dei due in modo chiaro.</span></span></span></span></p> <p style="text-align:left"><span><span><span><span>Esiste infine un rischio meno evidente ma reale: quello reputazionale verso gli ascoltatori. Un sistema che monetizza musica senza chiarire chi ne sia responsabile o titolare può funzionare tecnicamente, ma può incontrare resistenze culturali se la mancanza di trasparenza diventa evidente. Ma questo è un problema della startup, non della label, del publisher, dell’autore o dell’artista.<strong> </strong></span></span></span></span></p> <p style="text-align:left"><span><span><span><span><strong>Zone d’ombra, rischi e opportunità </strong></span></span></span></span></p> <p style="text-align:left"><span><span><span><span>Il punto più critico di un modello agent-centric è la responsabilità. Chi risponde se un agente produce contenuti che violano copyright, imitano uno stile riconoscibile o generano output problematici? Le risposte possibili — lo sviluppatore, l’utente, l’agente stesso — sono tutte deboli dal punto di vista giuridico. Questo rende il modello incompatibile, allo stato attuale, con un’adozione industriale su larga scala.</span></span></span></span></p> <p style="text-align:left"><span><span><span><span>A questo si aggiungono problemi di tracciabilità e reporting. In un ecosistema di agenti che usano modelli diversi, input diversi e producono output continui, diventa estremamente difficile applicare i meccanismi di rendicontazione standard dell’industria musicale. </span></span></span></span></p> <p style="text-align:left"><span><span><span><span>La territorialità dei diritti, infine, entra in collisione frontale con sistemi che sono globali per definizione, dove produzione e distribuzione non hanno confini geografici.</span></span></span></span></p> <p style="text-align:left"><span><span><span><span>Nonostante queste criticità, modelli come Claw·fm non sono irrilevanti. Al contrario, funzionano come laboratori estremi. Mostrano cosa accade quando si rimuove completamente il diritto dal modello e si osserva solo la relazione tra produzione, distribuzione e domanda. In questo senso, testano un’idea radicale: esiste valore musicale senza identità artistica riconoscibile?</span></span></span></span></p> <p style="text-align:left"><span><span><span><span>Inoltre, esistono ambiti — quelli che definiamo alternativamente come <em>background music</em>, <em>ambient</em>, <em>generative radio</em> o <em>functional listening</em> — in cui il valore dell’opera singola è basso e la continuità è tutto, o quasi. Considerare la musica come tappezzeria è roba brutta, ma questo non è un problema introdotto e causato dalla AI: le pre-esiste. E si deve ammettere che qui un mercato “post-copyright”, o almeno a bassa intensità di diritti, potrebbe teoricamente tentare di trovare applicazioni concrete.</span></span></span></span></p> <p style="text-align:left"><span><span><span><span>Infine, l’effetto più indiretto e al contempo più impattante: questi modelli creano <strong>precedenti negoziali</strong>. Anche se non scalano, dimostrano che un’alternativa esiste, e ciò influenza il contesto in cui le grandi piattaforme negoziano con l’industria tradizionale.</span></span></span></span></p> <p style="text-align:left"><span><span><span><span>Il punto di arrivo, oggi, appare chiaro e distante insieme. Un’economia musicale agent-centric può funzionare come esperimento, ma per diventare uno standard industriale richiederebbe una ridefinizione profonda di responsabilità, diritti e <em>governance</em>. L’industria musicale vive di attribuzione, il diritto di responsabilità, i contratti di confini chiari. Questo modello, che per ora li sospende anziché risolverli, non va osservato con attenzione perché rappresenta un futuro a portata di mano e/o desiderabile, ma perché mostra un mondo parallelo possibile, in cui la musica è trattata come flusso e gli agenti come centri di profitto. </span></span></span></span></p>