Si intitola “Laguna” il brano che Nicolò Filippucci presenterà sul palco del Teatro Ariston in occasione del prossimo Festival della Canzone Italiana. Classe 2006, l’artista emergente umbro, già noto per aver partecipato al talent tv Amici di Maria De Filippi è tra i candidati - insieme agli altri tre concorrenti della categoria Giovani - al Premio Enzo Jannacci, riconoscimento istituito da NuovoIMAIE nel 2017 insieme alla famiglia del grande cantautore milanese: il riconoscimento è riservato alle nuove proposte in gara sul palco del Teatro Ariston. “Spero di godermela il più possibile e di conservare quest’emozione nel mio cuore: sarà una prima volta che ricorderò per tutta la vita” racconta Nicolò in una pausa dalla frenetica preparazione per il Festival e per i suoi primi live (si esibirà per la prima volta in concerto il 13 aprile ai Magazzini Generali di Milano). “Laguna”, è una ballad molto intensa. Come è nata l’idea di presentarla a Sanremo? Fin da quando l’ho cantata per la prima volta ho capito che era quella più giusta per il contesto: la sento molto mia. Finora è stata più impegnativa l’esperienza di Amici o quella di Sanremo Giovani? Credo che siano entrambe piuttosto impegnative. Sicuramente l’esperienza di Amici è stata un’ottima gavetta, però: abbiamo avuto la possibilità di esibirci e studiare per otto mesi, ed è anche grazie a quella scuola se oggi ho la possibilità di esibirmi sul palco dell’Ariston con maggiore sicurezza. C’è un aspetto del Festival che ti ha colpito particolarmente, e che magari da telespettatore non ti saresti immaginato? Ho potuto vedere il Teatro Ariston dal vivo solo recentemente, e senz’altro di persona è tutta un’altra cosa! Una sensazione molto vivida e toccante. Come tutti coloro che ci entrano per la prima volta, anche io ho avuto l’impressione che dal vivo fosse molto più piccolo, ma dato che ho già frequentato un po’ la tv so che le telecamere tendono a ingrandire tutto: quella non è stata una sorpresa. Sei tra i candidati al Premio Enzo Jannacci, istituito da NuovoIMAIE. Un riconoscimento che fin dal nome reca in sé tutto il prestigio e la tradizione del cantautorato italiano. Cosa rappresenta per te? È un onore. Non solo perché si tratta di un premio molto importante, ma anche perché per me il cantautorato è una tradizione di famiglia: i miei genitori sono sempre stati molto appassionati del genere, sono cresciuto con la musica di Jannacci e di tutti i suoi colleghi. I tuoi esordi nella musica si inquadrano in un contesto molto particolare: hai cominciato a cantare da bambino, nel coro delle voci bianche della tua città, Perugia… Sicuramente crescere in un gruppo allargato come un coro è stato un vantaggio, perché c’è grande condivisione e supporto. Da solista è una dimensione che purtroppo un po’ si perde, ma che si ricrea in piccolo con le persone con cui lavoro, ad esempio i membri della band. Anche mio fratello fa musica, tra l’altro: ha iniziato anche lui con la classica, ma oggi sta studiando musica elettronica. Magari un giorno proveremo a collaborare, a titolo di esperimento: le sue atmosfere sono piuttosto distanti dalle mie, ma sarei curioso di vedere cosa ne viene fuori. Questi per te sono i primi approcci al mestiere di artista. Qual è la cosa più complicata da imparare, per un giovane emergente? La gestione dei ritmi, che sono sempre parecchio frenetici. È normale che sia così, perché si tratta di un lavoro, appunto: non stiamo più giocando. Ma è anche una continua scoperta, e questo mi piace molto. Tant’è che passo gran parte del mio tempo in studio per dedicarmi al nuovo progetto discografico che uscirà dopo il Festival: è una cosa a cui non rinuncio neanche in questi giorni di prove e impegni sanremesi. È un periodo in cui l’adrenalina è sempre al massimo, ma la vivo come una cosa positiva: non amo stare fermo. Certo, dormo un po’ meno del solito, ma è giusto così.