Nel Q1 2023 le tre major hanno generato a livello globale ricavi per $ 6,21 miliardi, dunque proiettano un anno da $ 25 miliardi. In maggiore dettaglio: 1,21 miliardi sono attribuibili a publishing e “altri ricavi” 5 miliardi derivano dalla musica registrata 3,32 miliardi (all’interno della quota della musica registrata) sono generati dalle piattaforme di streaming Qualcuno si è preso la briga di osservare, correttamente, che 6,21 miliardi equivalgono a 69 milioni al giorno, o a 2,9 milioni… all’ora. Sono o non sono numeri incredibili? Sì. Tuttavia è interessante notare come di 98.500 brani caricati sulle piattaforme di streaming ogni giorno, il 96% erano appannaggio sia di indies che, soprattutto, di artisti DIY. Quindi solo il 4% dei brani in questione, ossia 3.940 canzoni al giorno, veniva caricato dalle tre majors. Viene spontaneo chiedersi cosa accadrebbe in termini di fatturato se questa quota così bassa aumentasse anche di pochi punti percentuali. Nella realtà attuale, per quanto riguarda l’upload, il grosso del lavoro passa per i leader di mercato della distribuzione digitale dedicati ai segmenti indipendenti: Distrokid, Tunecore, UnitedMasters, CD Baby. I quali vendono un “semplice” servizio a pagamento, soddisfacendo una domanda crescente di aspiranti artisti che le major provano a intercettare con le loro sussidiare/divisioni/label dedicate al comparto: intendo ADA (per WMG), VMLAS – Virgin Music Label & Artist Services (con in pancia InGrooves, per UMG) e AWAL e The Orchard (per Sony). Per essere esatti, anche Tunecore sta a Believe nella stessa modalità. Dunque in tutti e quattro questi casi c’è il tentativo di coltivare un ecosistema da cui estrarre (mediante metriche, dati e A&R) qualche gemma riconducibile poi alle strategie e alla potenza di fuoco di label importanti (tre di esse, peraltro, sono quotate in borsa). I numeri da cui scaturiscono queste osservazioni sono farina del sacco di Luminate che, nel marzo di quest’anno, ne ha forniti anche alcuni altrettanto interessanti. In particolare quelli che raccontano come sulle piattaforme di streaming nel 2022 erano disponibili complessivamente 158 milioni di brani e che il 40% circa di essi, ben 67 milioni, nello stesso periodo hanno generato meno di 10 streams. Un dato che impressiona abbastanza, no? Sì. Eppure nemmeno lontanamente quanto impressiona invece un altro dato riguardante il 24% dei 158 milioni di pezzi allocati sui server dei DSP, ossia un quarto della “library digitale universale”: quel dato racconta che 38 milioni di brani hanno generato zero streams. Tirando le somme: Chi stravince: i distributori digitali, che vengono pagati per l’utilizzo di piattaforme per mezzo delle quali i singoli individui caricano a pagamento musica che, dati alla mano, spesso non viene ascoltata. Chi vince: il catalogo, per chi ne dispone: non può che sprigionare tutta la sua importanza e potenza in mezzo a cotanto rumore bianco. Chi porta a casa un pareggio: un esercito dei suddetti artisti DYI che, grazie ai distributori, si fregiano del titolo di “recording artists”, sebbene non in molti sembrino prenderne nota. Chi perde: l’utente, sommerso da una quantità di offerta smisurata che non può del tutto ignorare perché una massa simile diluisce attenzione e capacità di scoperta di nuova musica: è quanto vanno predicando dall’inizio dell’anno Robert Kyncl, Lucian Grainge, Rob Stringer e, come puntualizzava Denis Ladegaillerie, occorrerà lavorare accuratamente per arginare l’AI. Chi straperde: i DSP, che sostengono costi miliardari per l’hosting di musica dalla quale generano zero ricavi (nessuno stream, nessun rivolo di campagna pubblicitaria). Chi potrebbe vincere: i DSP, se si facessero pagare per l’hosting. Che equivale a diventare distributori digitali essi stessi. Soundcloud e SoundOn lo fanno. Spotify non più. Anche così cambiano, e dovranno cambiare, lo streaming e il suo modello di business.