L’idea che la crescita del numero di abbonati ai servizi di streaming è pressoché positiva, ossia che l’incremento venga considerato come un aspettato risultato che non può essere altrimenti, ma tra i protagonisti del settore si parla di come affrontare l'avvicinarsi di un massimale o di un plateau negli abbonamenti nei mercati più grandi e maturi. Quest’ultima soluzione si sta confermando una strategia vincente - così come sbloccare i ricavi da altri tipi di servizi: i social media, il gaming e il fitness sono i tre citati più regolarmente (e spesso come un trio) dai titolari dei diritti – insieme all’ aumentare i prezzi - regolarmente, non solo una tantum – da parte dei DSP, il cui beneficio è stato spiegato da Eric Levin, direttore finanziario di Warner Music Group: “Penso, e spero, che ora che il comparto ha aumentato le tariffe e continuato a registrare incrementi, si inizi a capire che il settore può sostenere questa scelta, che inizino ad avere fiducia nei modi per farlo con successo e continuino a considerare il valore del prezzo della musica rispetto a quello che i consumatori pagano per altri prodotti, e comprendano che c'è più spazio per gli aumenti". Ma l’aumento del numero degli abbonati ai servizi di streaming deve tener conto di un altro fattore: l’età anagrafica dei potenziali nuovi utenti. La società di ricerca MusicWatch ha condotto un’indagine proprio su questo aspetto, arrivando alla conclusione che c'è molto spazio per crescere nella fascia demografica dei "Baby Boomer"- persona nata a metà del XX secolo, durante il picco di nascite del dopoguerra, comunemente datato tra il 1946 e il 1964- però molti di questi potrebbero semplicemente non essere interessati. Il report ha rilevato che negli Stati Uniti ci sono 52 milioni di boomer che utilizzano Internet e che solo circa otto milioni di loro pagano attualmente un abbonamento musicale. Russ Crupnick di MusicWatch ha spiegato: “Se si riuscisse a convincere quasi la metà di loro a pagare per un servizio on-demand, la base di abbonati negli Stati Uniti crescerebbe del 20%. Il numero di boomer è decisamente inferiore per quanto riguarda la probabilità di conversione. Solo il 10% ha dichiarato di essere propenso a pagare per abbonarsi a un servizio audio nel prossimo anno". Crupnick ha sottolineato che i boomer preferiscono la radio, i CD e/o dei download e che, se fanno streaming, si accontentano di servizi supportati da pubblicità. La sua conclusione è che è più facile convincere gli ascoltatori più giovani della Gen-Z e dei millennial che non pagano per lo streaming ad abbonarsi. "La probabilità di convertirli è molto più alta". La vendita di abbonamenti allo streaming può presentare delle difficoltà, ma questo non significa che non possano continuare a rappresentare una parte preziosa del pubblico musicale dal momento che rappresentano, invece, un punto di forza per i ricavi dal formato fisico come cd e vinili. Lo scorso aprile, la Digital Media Association (DiMA), l’organo di rappresentanza dei servizi di streaming musicale, ha pubblicato un rapporto che valuta "l'impatto dello streaming musicale" negli Stati Uniti, dal quale è emerso che nel 2021 il segmento ha contribuito per 14,32 miliardi di dollari al prodotto interno lordo (PIL), come evidenziato dallo stesso ceo e presidente Garrett Levin.