Nel suo spazio denominato “Labs Blog”, la versione on-line del Times accoglie una sintetica analisi controcorrente dello stato dell’industria musicale britannica, concludendo che a dispetto del file sharing illegale la situazione economica degli artisti è migliore di quanto non fosse cinque anni fa. A sostegno della tesi, che contraddice le dichiarazioni dell’industria dei discografici BPI e di pop star come Lily Allen, l’autore dell’articolo pubblica “il grafico che le case discografiche non vogliono farvi vedere”: il confronto tra la serie storica di dati relativi al quinquennio 2004-2008 forniti dalla stessa BPI e dalla PRS for Music (l’agenzia di collecting che raccoglie e distribuisce i proventi per l’uso della musica registrata nei locali pubblici, su Internet, in radio e in televisione) mette in evidenza la mancanza di correlazione tra crollo delle vendite di cd e guadagni degli artisti. Questi ultimi, anzi, risulterebbero in continua crescita: grazie, appunto, all’incremento progressivo delle somme versate da chi diffonde musica in radio, tv, piattaforme Web e locali pubblici (da 421 a 535 milioni di sterline in cinque anni) ma soprattutto al mercato tuttora florido della musica dal vivo. I dati ufficiali confermano un decremento delle royalties generate dalla vendita dei dischi (da 152,500 a 111,750 milioni di sterline, calcolando un tasso medio del 10 % sul fatturato discografico); contemporaneamente è possibile stimare una crescita da 430 a 732 milioni di sterline nelle somme che gli artisti inglesi percepiscono complessivamente dalla vendita dei biglietti di concerti, se si calcola che la quota di incassi che resta in mano a promoter e gestori di locali sia del 10 % (si passa da 382 milioni a 650 milioni, viceversa, se si calcola una quota del 20 %). Lo studio non si esprime (per mancanza di dati analitici) su come e quanto siano gli artisti consolidati, piuttosto che i talenti emergenti, a godere di questa situazione. Ma conclude che dei tre pilastri su cui si fonda l’industria musicale – musica registrata, musica dal vivo, diritti connessi – è soltanto il primo a vacillare. E che pertanto sono le case discografiche, non gli artisti, a doversi preoccupare per il loro futuro.