<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt"> Sono le major discografiche, scrive il sito del Financial Times, a frenare i programmi di lancio di <a href="http://www.rockol.it/search.php?s=Spotify&x=17&y=7">Spotify </a>negli Stati Uniti, rinviati a data da destinarsi “entro la prima metà del 2010”. “Come servizio gratuito basato sulla pubblicità”, ha confidato a FT.com un anonimo dirigente discografico americano, “il modello economico non funziona affatto. Spotify è un eccellente servizio ma ci deve convincere di poter convertire abbastanza gente dalla fruizione gratuita a quella in abbonamento e a pagamento”. Lo stesso amministratore delegato e cofondatore della Web company svedese, Daniel Ek, ha ammesso pubblicamente che “gli Stati Uniti sono una cosa diversa” dall’Europa, dove Spotify opera attualmente, e con successo crescente, in sei mercati diversi. </p> <p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt"> Come noto, il servizio di streaming on-demand è fruibile gratuitamente con il solo vincolo per l’utente di “sopportare” le interruzioni pubblicitarie che intervengono in media ogni cinque canzoni: per chi desidera non essere disturbato dagli spot esiste un’opzione a pagamento. Nel primo caso le case discografiche forniscono gratuitamente il repertorio spartendosi<span style="mso-spacerun: yes"> </span>con la società i ricavi pubblicitari: ma negli Stati Uniti, almeno tre major su quattro non vedrebbero di buon occhio questa soluzione. Preso atto della situazone,<span style="mso-spacerun: yes"> </span>Ek starebbe studiando le possibili contromosse: per esempio l’introduzione di un limite al numero di canzoni che si possono ascoltare gratuitamente nell’arco di una giornata, così da spingere un maggior numero di consumatori verso l’opzione a pagamento, sicuramente più remunerativa per l’industria discografica stante anche la difficoltà di raccogliere denaro sul mercato pubblicitario. Parlando a una convention inglese a fine settimana scorsa, Ek ha ribadito i suoi piani ambiziosi: “Non ci interessa essere una società di nicchia, né diventare una delle tante agenzie pubblicitarie che fanno 10,20 o 100 milioni di dollari all’anno. Vogliamo arrivare ad avere 100 milioni di utenti, e che qualche decina di milioni di questi siano utenti paganti che versano una somma ogni mese. Siamo convinti di potercela fare. Da solo il modello basato sulla pubblicità non funziona, e così pure quello a pagamento: lo dimostra quel che è successo negli ultimi dieci anni. Quel che funziona è una combinazione tra i due”.<span style="mso-spacerun: yes"> </span></p> <p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt"> <span lang="EN-GB" style="mso-ansi-language: en-gb"><span style="mso-spacerun: yes"> </span></span></p>