Quanto guadagna un artista di successo da un arrembante servizio di streaming musicale come Spotify? Pochissimo, secondo il giornale svedese Expressen che ha fatto i conti in tasca a una delle regine della musica digitale, Lady GaGa: in base ai dati diffusi dalla società degli autori svedese STIM, tra l’ottobre 2008 (data di lancio del servizio) e il febbraio 2009 la diffusione on-demand del megahit “Poker face” ha fruttato alla cantante americana e al suo coautore RedOne un assegno da 1.150 corone svedesi, pari a circa 167 dollari. Il sito PaidContent.org, che ha ripreso la notizia, ha chiesto conferme alla Web company svedese; quest’ultima replica che il denaro versato a STIM rappresenta solo una quota delle royalties versate ai detentori dei copyright: per ogni brano cliccato e ascoltato dagli utenti, Spotify paga anche la casa discografica (o l’artista) proprietaria del master e la società di edizioni che ne amministra i diritti d’autore. E poi, aggiunge un portavoce, il caso analizzato si riferisce all’infanzia del servizio, che ancora doveva sviluppare la sua base d’utenza oggi stimata in oltre cinque milioni di utenti. Il caso resta comunque emblematico dei tanti “modelli di business” di cui tutti parlano ma in cui il business stesso è ancora tutto da costruire (e resta un’incognita per il futuro). La situazione, sottolinea PaidContent.org, è tanto più preoccupante per gli artisti nuovi e poco conosciuti, che da contratto (negli Stati Uniti) devono rimborsare i costi di registrazione dei loro dischi prima di vedere un centesimo e che, scrive Patrick Smith sul sito, “potrebbero trovarsi im bolletta per lungo tempo se le modalità principali di ascolto scelte dal loro pubblico sono servizi come Spotify”.