Commentando i dati trimestrali di bilancio di Warner Music, qualche giorno fa, il presidente e amministratore delegato della major, Edgar Bronfman Jr., aveva espresso pubblicamente le sue perplessità a proposito della sostenibilità economica e delle prospettive reddituali dei servizi di streaming gratuito finanziati dalla pubblicità; ha fatto scalpore, in particolare, l’anticipazione che la sua casa discografica avrebbe smesso di concedere il suo repertorio per tale genere di iniziative. Il pensiero di molti è balzato subito all’impresa più ambiziosa del settore, Spotify, che da tempo prepara il lancio negli Stati Uniti, e che è subito intervenuta sull’argomento postando un messaggio su Twitter: “Per chiarire, WMG non si sta chiamando fuori da Spotify. I media hanno estrapolato i fatti fuori dal loro contesto”. Tutto come prima, a quanto pare, ma solo ed esclusivamente a vantaggio di Spotify: anche perché Warner è azionista della piattaforma svedese fondata e diretta da Daniel Ek.