Interessante anticipazione di un’analisi condotta da BrightCove, società specializzata nella distribuzione di video in streaming, la cui piattaforma è utilizzata da molte case discografiche e da centinaia di siti di artisti ed il cui codice incorpora i dati sia di comScore che di TubeMogul. Secondo lo studio di BrightCove, emerge una marcata dicotomia tra gli aspetti quantitativi e quelli qualitativi quando si mettono a confronto le performance dei grandi video portal con quelle dei siti delle label e degli artisti. In particolare, riferendosi a dati raccolti a partire dallo scorso gennaio, si nota come Vevo abbia fatto registrare 226 milioni di viste contro solo 25 milioni erogati da siti individuali e di etichette. Tuttavia, approfondendo l’aspetto forse più caro agli inserzionisti digitali più all’avanguardia, l’engagement, che misura il livello di coinvolgimento tra l’utente ed il contenuto, Brightcove ha riscontrato che i video appartenenti alla seconda categoria sono visti per periodi del 10% più lunghi rispetto ai primi e che, mentre il 29% degli spettatori dei singoli siti guarda i video fino al termine, ciò accade solo nel 12% dei casi per gli spettatori dei grandi aggregatori come Vevo e YouTube. E non basta: BrightCove si spinge fino ad affermare che la fonte dalla quale l’utente scopre l’esistenza di un video è sufficiente per prevedere il livello di coinvolgimento che genererà: se chi proviene da Twitter guarda i video mediamente per 2’30”, chi arriva da Google (che è la fonte maggiore, con una quota del 76%) li guarda solo per 1’30”.