Chi se lo sarebbe mai aspettato, dopo i sorrisi e le dichiarazioni amichevoli del vicepresidente del Consiglio Veltroni? Dopo i cento convegni e i cento dibattiti pubblici che hanno battuto per anni sul tasto della parità di trattamento tra disco e libro, strumenti culturali di uguale dignità? Dopo che in Francia è sorto persino un comitato internazionale con l’obiettivo di ottenere dai governi dell’Europa unita agevolazioni fiscali sui consumi di musica? E invece è successo. Dal 1° ottobre, per effetto del decreto governativo che anticipa la legge finanziaria ‘98, l’IVA sui dischi e sui nastri è passata dal 16 al 20 per cento, quattro punti percentuali che si traducono quasi automaticamente in un aumento dei prezzi al pubblico tra le 1.000 e le 2.000 lire. Come dire che i Cd ad alto prezzo si sono avvicinati o hanno raggiunto la fatidica soglia delle 40.000 lire. Ma in realtà la situazione non è così semplice, e sul mercato regna il caos: alcuni rivenditori hanno reagito immediatamente al provvedimento ritoccando tutti i prezzi, altri hanno aumentato solo una fascia di prodotti mantenendo invariato il "top price"; altri ancora hanno preferito restare a guardare, terrorizzati dalla concorrenza schiacciasassi dei centri commerciali e di catene come Media World. Com’era prevedibile le reazioni sdegnate da parte della intera comunità musicale, solo pochi mesi fa eccitata dalle prospettive che il nuovo esecutivo di centrosinistra sembrava dischiudere all’intero settore, non si sono fatte attendere. Un diluvio di fax e di lettere di protesta ha invaso le redazioni dei giornali; le federazioni dei discografici, le associazioni dei commercianti e singoli operatori hanno affidato a infuocati comunicati stampa l’esternazione del loro pensiero sulla vicenda. Le ragioni del governo sono state spiegate con una certa chiarezza dal ministro delle Finanze Visco: la riduzione del numero delle aliquote, che ha portato all’abolizione della fascia del 16 per cento, risponde a un obbligo imposto da una legge comunitaria, e la categoria dei prodotti musicali non è inclusa tra quelle per cui è possibile prevedere un abbassamento dell’imposta. Il tutto, insomma, sarebbe quasi il frutto di cause di forza maggiore, di forze incontrollabili e tanto più grandi dei nostri politici. Ma intanto, in attesa dell’armonizzazione delle aliquote a livello europeo (che oggi variano dal 15 per cento della Germania al 17,5 per cento di Inghilterra e Olanda) l’IVA sui dischi in Italia è diventata la più alta d’Europa, dopo quelle scandinave. Veltroni nega ogni responsabilità diretta su quanto è successo, d’accordo, e promette di riportare quanto prima la questione sul tavolo comunitario. Ma ripensare oggi alle dichiarazioni roboanti di qualche mese fa, ai faccia a faccia e alle strette di mano ad uso televisivo con i cantautori, suscita un vago senso di fastidio. Ed è difficile ipotizzare a questo punto che il provvedimento possa essere revocato quando si tratterà di discutere della legge finanziaria in Parlamento. E’ vero, non saranno forse quattro punti di IVA in più o in meno a decretare le sorti di un mercato in perenne debito d’ossigeno come quello discografico. Ma questa vicenda fastidiosa dimostra purtroppo alcuni fatti brutali. In primo luogo, che dei politici amici della musica forse non è ancora il caso di fidarsi troppo (quando la ragion di stato deve prevalere, proclami e promesse si possono facilmente rimangiare). Secondo, che la comunità musicale intera - gli artisti che fanno presa sull’opinione pubblica come gli esponenti di vertice dell’industria discografica - ha fallito ancora una volta clamorosamente nel tentativo di farsi "lobby" influente, gruppo di pressione capace di dire la sua, o almeno di essere consultato, quando è il momento di prendere decisioni importanti (mentre in Gran Bretagna Richard Branson e Alan McGee, fondatore della Creation e scopritore degli Oasis, sono stati chiamati a far parte di un comitato di consulenza governativa in materia di problemi culturali). Terzo, mentre i commercianti di libri continuano ad avvantaggiarsi (giustamente) di un’IVA ridotta al 4 per cento, il ritocco dei prezzi di questi giorni rischia di mettere definitivamente fuori gioco un gran numero di negozi specializzati, a fronte delle tattiche sempre più aggressive messe in atto dagli ipermercati e dai grandi magazzini, che da quando hanno scoperto il "target" giovanile sono ben disposti a vendere sottocosto Cd e cassette per attrarre nuovi clienti sul punto vendita e rifarsi su generi di consumo più redditizi. Difficile resistere alla tentazione, per un consumatore troppe volte saccheggiato. Così, non lo si può biasimare quando acquista senza pensarci due volte un Cd in offerta a 20 o 25.000 lire, un prezzo inferiore a quello che un rivenditore tradizionale paga al fornitore. Risultato: il "retail" tradizionale è in ginocchio e scivola lentamente fuori mercato, senza che sopravvengano almeno i grossi megastore specializzati a prenderne il posto. E pur con tutti i loro difetti strutturali, le loro arretratezze, le loro carenze di assortimento e di specializzazione i negozi di dischi tradizionali restano una risorsa preziosissima per i consumatori di musica. A meno che ci si voglia rassegnare a trovare negli scaffali solo gli U2 e Phil Collins, al posto dei Phish e di Nusrat Fateh Ali Khan. Quarto e ultimo punto, l’improvviso aumento dell’IVA sui Cd sembra contravvenire una volta di più a una regola elementare della microeconomia. Quando un bene di consumo, com’è il caso del disco in Italia, viene percepito dalla maggioranza del pubblico come un prodotto non necessario e quasi di lusso, l’elasticità della domanda rispetto al prezzo diventa altissima: il consumatore reagisce prontamente a eventuali riduzioni di costo (un esempio recente: tre dischi di catalogo di Ligabue sono rientrati addirittura in classifica, quando la casa discografica ha deciso di metterli in vendita a prezzo speciale per un periodo di tempo limitato), e altrettanto prontamente riduce drasticamente la spesa in caso di spostamenti anche minimi verso l’alto. Quattro punti di IVA non incideranno più di tanto sulle tasche di molti italiani, ma con questo ulteriore aumento del prezzo (se verrà confermato) l’elastico rischia davvero di spezzarsi, avvicinandoci al punto di non ritorno di una credibilità irrimediabilmente perduta.