Un emendamento alla legge americana sui diritti d’autore (il Copyright Act) approvato un po’ a sorpresa dalla Camera dei Deputati, potrebbe rivelarsi un’arma potentissima in mano alle case discografiche, dal momento che permette a queste ultime di considerare i musicisti come "impiegati part-time", offrendo il destro per paragonare un album a una compilation, o a una "raccolta di opere", e impedendo agli artisti di godere dei diritti d’autore. La loro figura verrebbe paragonata a quella di un semplice prestatore d’opera (come il produttore o i fonici) nell’ambito di un lavoro collettivo appartenente in toto e per sempre alla casa discografica. A spingere per l’emendamento è stata naturalmente l’associazione delle major americane, la Recording Industry Association of America, il cui presidente Hilary Rosen spiega che ogni etichetta discuterà con l’artista la sorte dei diritti d’autore prima della stipulazione del contratto così come molti artisti fanno prima di incidere un disco con i loro collaboratori, per assicurarsi l’esclusivo godimento delle fortune ottenute dal disco. Attualmente, gli artisti hanno tutti i diritti sulla propria musica 35 anni dopo la pubblicazione. Ora una sottocommissione della Camera dei Deputati esaminerà la nuova norma prima dell’entrata in vigore. Alcuni musicisti intervistati da "Billboard" (tra i quali Don Henley, James Taylor e Coolio), si sono detti molto preoccupati. Ron Stone, agente di Tracy Chapman, Los Lobos, Ziggy Marley e Bonnie Raitt, ha commentato: "Ho cercato più volte di organizzare una specie di sindacato degli artisti, che però non amano iscriversi a nulla. Questo è il risultato. Il parlamento è assediato dalle lobby delle radio, della tv, dei promoter e delle case discografiche. E gli artisti, a differenza della gente che guadagna su di loro, non hanno nessuna voce in capitolo".