Dopo avere incassato il rifiuto del provider francese Free a collaborare al programma antipirateria introdotto dalla legge Hadopi (sostanzialmente per motivi di costi), l’industria discografica fa i conti con la sentenza del giudice irlandese Peter Charleton, che ha negato alle major EMI, Sony Music, Universal e Warner Music l’applicazione di un’ingiunzione richiesta nei confronti dell’ISP locale UPC. Quest’ultimo, il terzo fornitore di accessi a banda larga del Paese con una quota di mercato del 15 %, si era a sua volta opposto alla richiesta di scollegare dal servizio i file sharers recidivi, così come prevedono le nuove norme che introducono la procedura di risposta “graduale” alla violazione dei copyright, sostenendo di essere un mero canale di comunicazione senza responsabilità su ciò che i suoi utenti fanno on-line. E il giudice, pur ammettendo che una “quota sostanziosa” dei suoi clienti si scambiano illegalmente materiale coperto da copyright, gli ha dato ragione sostenendo che l’ordinamento irlandese non ha ancora pienamente implementato le direttive europee sulla protezione dei diritti d’autore. L’esito del processo ha ovviamente insoddisfatto l’associazione dei discografici IRMA, mentre UPC ha precisato di “non giustificare la pirateria” e di essere disposta a cercare con le case discografiche soluzioni alternative al problema: secondo l’Irish Times, rappresentanti dell’industria discografica, dei service providers e del governo si incontreranno a breve per ridiscutere la questione; al momento, l’unico ISP irlandese che ha aderito alla procedura delle “tre infrazioni” (senza tuttavia metterla ancora in pratica) è stato Eircom.