Le nuove condizioni contrattuali imposte da Apple sugli abbonamenti ai servizi venduti direttamente all’interno delle applicazioni per iPhone e iPad (già entrate in vigore per l’accesso a riviste e giornali in formato elettronico), e in forza delle quali la casa di Cupertino trattiene il 30 % del prezzo pagato dall’utente, sono oggetto di forti critiche da parte dei gestori di alcuni dei maggiori servizi di streaming musicale. “La nostra filosofia è semplice”, aveva spiegato Steve Jobs presentando l’iniziativa. “Quando è la Apple a portare un nuovo abbonato all’applicazione, intaschiamo una quota del 30 %; quando invece è lui a portare un abbonato nuovo o preesistente alla app, l’editore conserva il 100 % dell’incasso e la Apple non guadagna niente”. “Tutto ciò che chiediamo”, aggiunge il ceo della società californiana, “è che, nel caso in cui un editore faccia un’offerta di abbonamento al di fuori dell’applicazione, la stessa – o migliore – offerta (in termini di prezzo) venga proposta anche all’interno della app, cosicché il cliente possa facilamente abbonarvisi con un solo click”. “Anche la nostra filosofia è semplice”, gli ha ribattuto il presidente di Rhapsody Jon Irwin: “Una clausola imposta da Apple che ci impone di versargli il 30 % dei nostri ricavi, in aggiunta alle tariffe che paghiamo ad etichette discografiche, editori musicali e artisti per acquisirne i contenuti, risulta economicamente insostenibile”. Il modello di business che sta alla base di servizi di streaming musicale come Rhapsody e Spotify, infatti, non è ancora redditizio: una trattenuta del 30 % sui canoni di abbonamento, sostengono i gestori delle piattaforme, potrebbe risultare fatale. L’alternativa, anch’essa dolorosa, è la rinuncia all’accesso sugli iPhone e gli iPad che dominano tuttora il mercato dei terminali mobili.