Uno studio condotto dall’istituto di ricerca americano Jupiter Communications ribalta la tesi dell’industria discografica secondo cui servizi come Napster sono responsabili del calo delle vendite di dischi tra i giovani consumatori. La ricerca, pubblicata il 21 luglio (vedi News), giunge a conclusioni diametralmente opposte: gli utenti di Napster sono appassionati di musica la cui propensione all’acquisto è più alta rispetto a chi non ha mai usato il software incriminato. E inoltre, la flessione delle vendite di Cd tra gli studenti dei college americani, più volte citata dai discografici come elemento probante dei danni arrecati dal servizio, sarebbe avvenuta prima della diffusione di massa di Napster. Commentando i risultati dello studio all’agenzia Reuters, Aram Sinnreich, un analista della Jupiter, ha definito “ridicolo che l’industria discografica strilli in tribunale, quando non ha mai offerto un’alternativa valida ai consumatori. Le etichette discografiche devono saltare sul carro e cominciare a concedere in licenza i loro cataloghi a service provider che forniscano un’alternativa legittima a Napster”. “I dati che abbiamo raccolto - ha aggiunto Sinnreich – dimostrano che i consumatori sarebbero disposti a pagare per un servizio che garantisca qualità della riproduzione audio e protezione da eventuali virus: proprio i punti su cui Napster mostra il fianco”.