Cinquantasei milioni di visitatori unici a gennaio (erano 36 milioni giusto un anno prima). 2,2 miliardi di stream al mese nel mondo. E 350 marchi che investono in pubblicità sul sito. Nel keynote speech di apertura della Canadian Music Week l’ad Rio Caraeff ha sciorinato le statistiche aggiornate di Vevo, la videopiattaforma “parente” di YouTube che distribuisce contenuti musicali ufficiali forniti da Universal, Sony Music, EMI e diverse etichette indipendenti. “Dobbiamo trovate il modo di fare denaro con i video, ma non possiamo limitarci solo a questo. Abbiamo voluto provare a reinventare il video musicale”, ha detto Caraeff nel corso del suo intervento, spiegando che nel 2010 Vevo ha prodotto oltre 100 episodi di programmi originali e trasmesso più di 25 eventi dal vivo (grazie a un accordo appena stipulato con il Festival di Bonnaroo, trasmetterà in Usa, Canada e forse anche in altri Paesi highlights e special ricavati dalla manifestazione). “Io la vedo in questo modo”, ha aggiunto: “tutti gli abitanti del pianeta amano la musica, ma non tutti la comprano”. Di qui la scelta del modello di business in base al quale sono gli inserzionisti pubblicitari a pagare in luogo dei consumatori (perché far pagare un utente abituato ad avere tutto gratis, sostiene, “è come pretendere di fargli pagare l’aria condizionata al ristorante”). Chi se ne avvantaggia? Caraeff sembra concordare sostanzialmente con le osservazioni di Eric Garland di BigChampagne, a proposito della polverizzazione della coda lunga: “Una grossa percentuale di views riguarda una piccola percentuale di artisti. La coda c’è, ma non è molto spessa”.