Lunedì prossimo, alla Worldwide Developers Conference di San Francisco (presente Steve Jobs, che per l’occasione interrompe il suo congedo malattia), Apple presenterà ufficialmente il progetto iCloud illustrando i suoi programmi sul fronte del cloud computing. Gli osservatori si aspettano informazioni rilevanti anche a proposito del servizio di musica digitale “sulla nuvola” di cui da tanto tempo si parla, ma chissà: secondo indiscrezioni circolate in questi giorni negli Stati Uniti anche la casa di Cupertino, così come Google, sta faticando e non poco a chiudere gli accordi di licenza con gli aventi diritto. “Gole profonde” sentite da Billboard sostengono che a bloccare le trattative con Google (e ad indurla a lanciare un servizio “beta” senza licenze, così come ha fatto anche Amazon) è stata la richiesta, da parte di Universal e Sony Music, di una royalty maggiorata del 2 % rispetto a quanto proposto dalla Web company: 70 % sugli introiti del servizio, da dividersi tra etichette titolari dei master fonografici (58 % della quota) ed editori musicali (12%; alle indies, secondo le stesse fonti, sarebbe stata proposta una royalty inferiore, pari al 53 %: e anche qui si è aperto un contenzioso). Mentre EMI e Warner avrebbero già accettato le condizioni di Google, non è chiaro chi dovrebbe sacrificare la sua quota di ricavi a vantaggio di Sony e Universal: se la Web company stessa, o gli editori. La situazione si sarebbe ripetuta nei confronti dell’azienda di Steve Jobs: “Apple ha chiuso gli accordi con alcune etichette e siamo impegolati esattamente nella stessa battaglia a proposito di quanto spetta agli editori”, ha spiegato a Billboard un addetto ai lavori. “E’ una cosa folle: le major stanno trattenendo l’intera industria dall’adottare questo nuovo modello di business”. Ma ci sono anche altri fattori, dicono i bene informati, che ostacolano il raggiungimento di un accordo: l’entità degli anticipi (Google avrebbe offerto tra i 100 e i 150 milioni di dollari, da spartirsi in base alle quote di mercato), la posizione giudicata poco chiara del motore di ricerca rispetto al tema della pirateria, il quasi monopolio di Apple sul mercato digitale. Fatto sta che senza la firma delle case discografiche, il colosso di Cupertino (così come Google) non può far partire un servizio del tipo “scan & match”, molto meno dispendioso per il gestore e decisamente più “consumer-friendly”: invece di costringere ogni singolo utente a caricare manualmente su un “digital locker” un file audio identico a milioni di altri, questo sistema mette a confronto le collezioni digitali di ognuno con un grande database di brani autorizzati, permettendo l’acccesso a un unico server centrale per l’ascolto in streaming da qualunque dispositivo connesso.