Mancherebbe solo Warner Music (tra le major discografiche) all'appello di Spotify, ancora impegnata a preparare il più volte procrastinato debutto americano (se ne parla ormai da due anni). Il sito AllThingsDigital riferisce di un contratto di licenza appena firmato con Universal Music, e aggiunge che un accordo con Warner non dovrebbe essere lontano: considerati i tempi di allestimento di una adeguata campagna di marketing, scrive il giornalista Peter Kafka, sembra comunque improbabile che un lancio in fase beta negli Stati Uniti (anche senza Warner) possa avvenire prima di luglio. A scombinare il ruolino di marcia di Daniel Ek, ceo della Web company svedese, ha contribuito tra le altre cose la resistenza delle case discografiche ad accettare anche negli Usa l'introduzione di un modello freemium che affianchi all'offerta a pagamento senza limiti un'opzione gratuita più limitata e finanziata dalle inserzioni pubblicitarie, su base duratura e non concepita come prova di "assaggio" limitata a un paio di settimane. Quando finalmente avrà luogo, l'ingresso di Spotify sul mercato americano dovrà ovviamente fare i conti con uno scenario profondamento mutato dall'introduzione di servizi di music cloud da parte di Amazon, Google e Apple (l'iCloud/iTunes Match presentato la settimana scorsa da Steve Jobs a San Francisco): la differenza sostanziale tra le due soluzioni sta nel fatto che mentre i servizi cloud-based permettono di accedere da qualunque dispositivo connesso in rete alla propria collezione di files musicali, piattaforme come Spotify consentono di ascoltare in streaming a milioni di brani non conservati nei lettori dei singoli utenti.