Il dibattito sulla sostenibilità del modello di business basato sullo streaming resta di stretta attualità, anche a causa delle recenti polemiche tra alcune etichette indie e Spotify. L’azienda svedese, che solo da poche settimane è una realtà anche negli U.S.A., dove promette di conquistare significative quote di mercato stando alle prime rilevazioni sugli abbonati, è stata recentemente accusata prima dall’etichetta metal Century Media e poi dalla jazz label Mode Records di spremere le piccole case discografiche, realizzando profitti a fronte di pagamenti insignificanti. In particolare, Brian Brandt di Mode Records ha paragonato i 3-4 dollari di profitto per unità fisica con i 36,98 dollari maturati su Spotify per 11.335 streams, con lo scopo di dimostrare che "mentre le major del pop possono anche maturare margini interessanti grazie al volume delle visualizzazioni che le riguarda, il modello Spotify non è finanziariamente sostenibile per le etichette di nicchia”. Nella replica, affidata a un comunicato ufficiale, si legge: "Spotify sta generando ricavi seri per i titolari dei diritti; dal nostro lancio solo tre anni fa abbiamo pagato oltre 100 milioni di dollari a etichette e editori che, a loro volta, li stornano ad artisti, compositori e autori da loro rappresentati”. Il comunicato, infine, cita le cifre IFPI che indicano Spotify come la seconda maggiore fonte di ricavi digitali per le case discografiche in Europa.