Dopo il debutto negli Stati Uniti, con relative proiezioni miliardarie del valore dell’azienda grazie alla massa critica del proprio pubblico, Spotify sta lavorando alla conversione dei propri utenti non paganti in abbonati a pagamento, come era prevedibile: le royalties generate dai primi, come indicano varie business case degli ultimi anni, non sono infatti quasi mai sufficienti a sostenere il costo del servizio sopportato. Lo strumento utilizzato per accelerare il processo di conversione è, quindi, la restrizione all’utilizzo libero del servizio che, a partire dallo scorso maggio, ha visto il numero delle ore di ascolto gratuito tagliato a un massimo di 40 mensili per utente iscritto (con l’aggiunta di un limite al playback dello stesso brano, portato a 5 volte in tutto nel medesimo arco temporale). Che il processo comporti la perdita di parte degli utenti inizialmente conquistati è assodato (e, pure in assenza di evidenze scientifiche, è altrettanto prevedibile che questi si rivolgano a YouTube, come emerge dalla quota di views musicali del video portale). La nuova polemica su Spotify, invece, ha cominciato a montare sui numeri reali che emergono da recenti report interni del provider svedese che, una volta filtrati attraverso fonti interne, sono circolati nel fine settimana in rete: le cifre mostrerebbero come da una situazione di 4,7 milioni di utenti non paganti e 1,5 di utenti premium nello scorso marzo si sarebbe passati a 3,13 più 1,54 alla fine di luglio. Numeri finanziariamente sempre molto interessanti, ma ben distanti dagli ‘oltre dieci milioni’ di utenti complessivi comunicati negli ultimi mesi.