I primi sono i Tea Party, formazione canadese con un discreto successo in patria che ondeggia tra prog-rock, blues e echi world. I secondi, molto più celebri, sono la frangia più estrema del partito repubblicano statunitense, che sogna l'azzeramento delle tasse ed il conseguente smantellamento del sistema di welfare pubblico ideato dall'arcinemico Barack Obama. La band di Toronto, che fino ad oggi faceva capeggiare sulla propria home page la frase "no politics... just rock'n'roll" ("Niente politica... solo rock'n'roll") starebbe meditando di vendere il proprio dominio alla corrente conservatrice statunitense. Per un'allettante offerta in denaro, magari in vista di una massiccia campagna elettorale in occasione delle prossime consultazioni atte a designare il prossimo inquilino della Casa Bianca? Niente affatto. La questione, essenzialmente, è di reputazione. "Il movimento politico ha compromesso in modo così grave il nostro nome che stiamo seriamente meditando di vendere il dominio del nostro sito", ha ammesso il bassista Stuart Chatwood, evidentemente tutto fuorché simpatizzante della frangia ultra-conservatrice: l'"affare", sempre a detta di Chatwood, mirerebbe a far sborsare al partito la cifra più alta possibile, che verrebbe equamente distribuita tra i componenti del gruppo e i relativi familiari. Il nome "Tea Party" fa riferimento all'evento storico conosciuto come Boston Tea Party, che nel 1773 vide alcuni coloni americani - autobattezzatisi "Sons of Liberty" e travestiti da indiani Mohawk - protestare contro la politica fiscale britannica rovesciando nel porto delle città diverse decine di casse di te.