La vendita di compact disc sprovvisti del bollino Siae non è un illecito penale, perché non esiste nel nostro ordinamento giuridico una norma che lo vieti e lo punisca espressamente. Lo ha deciso la Terza Sezione Penale della Corte di Cassazione, con una sentenza che sta già avendo l’effetto di una bomba nell’ambiente musicale. Pronunciandosi su un caso di sequestro disposto nei riguardi di un rivenditore bolognese, la Cassazione ha concluso che è impossibile ravvisare un reato nel commercio di Cd privi del contrassegno Siae: la legge sul diritto d’autore del 1941, che costituisce ancora il testo base in materia, non indica naturalmente i dischetti digitali tra i supporti musicali preregistrati, mentre il decreto legislativo del 1994 che dispone sanzioni penali in merito al commercio non autorizzato, rimanda una descrizione precisa dei reati e dei comportamenti da seguire in materia di contrassegni Siae a un regolamento di esecuzione mai emanato. Senza di quello, ha concluso la Cassazione, nulla si può fare, tenendo conto che anche l’accordo tra Siae e produttori fonografici che obbliga i rivenditori a vendere soltanto i Cd provvisti di bollino, essendo frutto di un accordo privato, non può avere tutela penale. La notizia della sentenza della Cassazione è arrivata come un fulmine a ciel sereno proprio nel momento in cui da più parti si sollecita la rapida approvazione della nuova legge antipirateria, da tempo parcheggiata al Senato. Le nuove norme dovrebbero garantire una lotta più efficace alla produzione illegale e al commercio non autorizzato di supporti musicali, affiancando alle sanzioni penali sanzioni amministrative di più rapida applicazione, che dovrebbero consentire il blocco istantaneo delle attività illecite e la punizione immediata dei colpevoli.