L'associazione dei discografici statunitensi RIAA, insieme con quella degli editori musicali (NMPA), ha ribadito le sue posizioni attraverso la nuova documentazione processuale presentata nella giornata di martedì 27 marzo al giudice federale Marilyn Hall Patel: i filtri anti-copia adottati dai tecnici del sito di “file sharing” non funzionano tanto che, secondo la stessa RIAA, il 70 % dei 7.000 brani non autorizzati che Napster sostiene di avere bloccato sono ancora rintracciabili sul sito digitando il titolo della canzone o il nome dell'artista, mentre è ancora maggiore il numero di quelli recuperabili modificando i nomi dei file in questione secondo codici convenzionali noti alla maggioranza degli utenti del servizio. <br>“Dire che questo tipo di filtro è efficace sarebbe come considerare un ombrello bucato un riparo efficace contro un uragano” recitano, con linguaggio colorito, le controdeduzioni presentate al giudice Hall Patel dai rappresentanti dei discografici. Per bloccare con efficacia la circolazione di file “pirata” in rete, secondo la RIAA, Napster dovrebbe adottare metodi assai più sofisticati (e ancora da perfezionare) che, anziché individuare i brani per titolo e artista, li identificano attraverso formule matematiche o per mezzo di un'”impronta digitale” costruita sulla base delle frequenze e delle caratteristiche ritmiche di ciascun file audio; un'alternativa ancora più efficace, sempre secondo le federazioni degli editori e dei discografici, consisterebbe nel fare tabula rasa e ripartire da zero consentendo il caricamento sui server dei soli brani preventivamente autorizzati dall'industria o che non risultano vincolati da diritti di copyright. Ma, secondo i discografici, Napster non ha fallito per incapacità: RIAA e NMPA continuano a mettere in dubbio la buona fede della Web company, che a loro avviso ha violato intenzionalmente le disposizioni del giudice Hall Patel. Quest'ultimo (vedi news) chiamerà nuovamente le parti a testimoniare oralmente a San Francisco il prossimo 10 aprile.