Mentre celebra il superamento dei 2 milioni e mezzo di abbonati complessivi nei dodici Paesi del mondo in cui è attualmente presente (500 mila in più che a settembre, un milione in più che a giugno), Spotify è costretta a difendersi dalle accuse di artisti e case discografiche che lamentano di ricevere royalty troppo esigue (sono più di duecento le indies che hanno deciso di ritirare il loro repertorio dalla piattaforma)."Da quando abbiamo iniziato abbiamo pagato oltre 100 milioni di dollari ai detentori dei diritti, e la stragrande maggioranza delle etichette nostre partner sono estremamente soddisfatte delle somme di denaro che accreditiamo loro", sostiene la società svedese in un comunicato stampa in cui mette in discussione le cifre circolate a proposito dei pagamenti effettuati a titolo di rotalty. "Spotify", ha aggiunto in seguito un portavoce della Web company, "ha pagato parecchi milioni di dollari alla comunità musicale indipendente. Il contenuto indipendente è un elemento cruciale di Spotify (...): in cambio offriamo alle indies una potente piattaforma promozionale e di monetizzazione, nonché una vetrina importante nei riguardi di un pubblico eclettico e appassionato di amanti della musica". Spotify vanta un catalogo di oltre 15 milioni di brani (che, sostiene la Web company, richiederebbe "oltre cento anni di tempo per essere ascoltato per intero"), incrementato mediamente con 20 mila nuovi titoli al giorno. "Ci spiace molto che alcuni artisti ed etichette abbiano deciso di non rendere disponibile la loro musica ai fan attraverso Spotify, e che in tal modo non possano godere dei benefici che ne conseguono non solo in termini di remunerazione ma anche di accesso agli ascoltatori e di passaparola tra gli appassionati", sostiene il comunicato. "Speriamo tuttavia che cambino idea, dal momento che il modello di Spotify sta aggiungendo, e continuerà ad aggiungere, grande valore all'industria discografica". Secondo una ricerca di mercato condotta da NPD per conto dell'associazione americana dei rivenditori NARM, tuttavia, i modelli di accesso alla musica in rete ridurrebbero sensibilmente la propensione alla spesa da parte dei consumatori.