Merchandising, branding, sponsorizzazioni? Anche negli Stati Uniti, il mercato discografico più ampio e più evoluto del mondo, incidono ancora pochissimo - in media - nel bilancio economico degli artisti e dei musicisti professionisti. La rivelazione, piuttosto sorprendente, proviene dalla Future of Music Coalition, ente no profit che tutela gli interessi degli artisti americani e che negli ultimi diciotto mesi ha condotto un accurato sondaggio su un campione di 5.371 musicisti. Va detto che una parte di essi, composta da turnisti e orchestrali che lavorano per lo più dietro le quinte con un profilo poco riconoscibile dal pubblico, ha ben poche opportunità di far valere e sfruttare commercialmente la propria immagine o il proprio brand: fatto sta che, secondo i risultati della ricerca presentata ieri, 30 gennaio, al Midem di Cannes, i ricavi generati dalla vendita di t-shirt, felpe e altri capi o oggetti che richiamano il volto, il logo o le copertine dei loro dischi incidono per appena il 2 per cento sul giro d'affari totale degli artisti americani. Non va molto meglio con le altre nuove voci di bilancio, come ad esempio le sponsorizzazioni, che non raccolgono complessivamente più del 7 per cento. Eppure , spiega la consulente di Future of Music Coalition Kristin Thomson, "gli artisti hanno una mentalità sempre più strategica a riguardo del proprio brand. Quelli che hanno un marchio da sfruttare raggiungono i massimi risultati pensando in modo flessibile e aperto e quando non si mostrano timorosi nel coinvolgere i fan". Nel complesso, secondo il sondaggio, solo il 5 per cento ricorre a finanziamenti da parte del proprio pubblico attraverso piattaforme come Kickstarter, mentre il 10 per cento ha accesso a sovvenzioni di varia natura, il 4 per cento a sponsorizzazioni di marchi industriali e commerciali, il 2 per cento circa a contratti di endorsement e agli introiti generati dalla pubblicità sul Web.