Meno di due mesi dopo la sentenza dell'Antitrust che ha comminato una sanzione alle major discografiche italiane per pratiche anticoncorrenziali, anche i rivenditori di dischi americani, non nuovi a denunce del genere, tornano alla carica. <br> L'ultimo atto d'accusa nei riguardi delle sei maggiori case distributrici (EMI, Sony, Warner, Universal, BMG e PolyGram) proviene da un negozio di Filadelfia, che accusa le major di cospirazione al fine di gonfiare e mantenere artificialmente alti i prezzi dei CD.<br> Nell'atto di citazione presentato nei giorni scorsi alla corte distrettuale della California, il rivenditore richiede una dichiarazione formale di illegalità di ogni pratica di "price fixing" in base alla legge antitrust americana e ai codici professionali della California, un'ingiunzione permanente che impedisca alle case discografiche di proseguire nel loro operato, nonché il risarcimento dei danni e delle spese legali.<br> Tra le major incriminate, solo la BMG ha commentato il fatto tramite un suo funzionario, che ha definito ogni vertenza in merito a presunte pratiche concorrenziali "totalmente priva di fondamento".<br> Negli ultimi mesi, ogni giudizio in materia è stato sospeso nell'attesa di conoscere i risultati di una nuova indagine sui prezzi dei CD avviata dalla Federal Trade Commission.