La nuova politica di "trasparenza" adottata da Google rivela che attualmente l'industria discografica inglese (rappresentata dalla British Phonographic Industry) è seconda solo a Microsoft nella richiesta di rimozione dal suo motore di ricerca di indirizzi Internet (URL) che rimandano a contenuti pubblicati in violazione dei copyright. Le statistiche diffuse dalla società di Mountain View e relative al mese in corso (aggiornate a ieri, 24 maggio) informano che la BPI ha richiesto la cancellazione di ben 162.721 URL relativi a contenuti musicali appartenenti ai suoi associati: la cifra, secondo quanto riferisce la stessa Google, si inserisce in un contesto di 1,2 milioni di richieste di rimozione avanzate da 1000 titolari di diritti e riguardanti 24 mila siti diversi. Non tutte le richieste vengono soddisfatte, spiegano in un blog i portavoce della Web company sostenendo che in alcuni casi le domande risultano essere erronee, ingiustificate o dettate da tentativi di limitare la libertà di espressione. "Non vogliamo che i risultati delle nostre ricerche dirigano il pubblico verso materiali che infrangono le leggi sul copyright", precisano subito dopo; "di conseguenza, abbiamo sempre risposto alle richieste che si conformano ai principi stabiliti dal Digital Millennium Copyright Act (DMCA)". Google, che finora si è rifiutata di includere i siti segnalati dai titolari dei diritti in una lista nera o di impedirne a priori l'accesso, resta fedele al suo credo: "Crediamo che il processo ben sperimentato del 'notice-and-takedown' garantisca il giusto equilibrio tra i bisogni dei titolari dei copyright, gli interessi degli utenti e i nostri sforzi di creare con Google Search un'esperienza utile al pubblico".