Il "Transparency Report" pubblicato da Google per dimostrare il suo impegno contro la pirateria digitale non convince l'associazione dei discografici americani, Recording Industry Association of America, che sul suo blog, in un intervento a firma del responsabile antipirateria Brad Buckles, critica il comportamento della Web company di Mountain View accusandola di ingarbugliare ad arte i meccanismi di protezione dei copyright attivati sul suo motore di ricerca. A Google la RIAA contesta in primo luogo i "limiti artificiali" imposti alle richieste di rimozione che i titolari di copyright (tra cui le case discografiche) possono inoltrare in relazione alle violazioni identificate: "un numero minuscolo", lamenta Buckles, "soprattutto se si considera che Google gestisce ogni giorno oltre 3 miliardi di ricerche". Il motore di ricerca, aggiunge il vp della divisione antipirateria, fissa anche un tetto al numero di link di cui può essere richiesta quotidianamente la cancellazione. "Eppure", sostiene la RIAA, "Google ha le risorse per permettere un'attività di rimozione più efficace a fronte del problema della pirateria, dal momento che probabilmente indicizza centinaia di milioni di link al giorno". Gli spazi di manovra concessi da Google, secondo Buckles, "sono ben al di sotto di quanto sarebbe necessario a identificare e comunicare violazioni che riguardano la Top 10 di Billboard, figurarsi quelle che attengono all'intero catalogo di registrazioni prodotto dalla comunità creativa americana". E il numero di notifiche registrate per motori di ricerca come Filestube, inferiori allo 0,1 % dei link presenti sul sito, sarebbe per gli stessi motivi "fuorviante". "Per chiunque conosca Filestube", sostiene il dirigente della RIAA, "questa conclusione sembra improbabile, soprattutto perché i dati di Google non includono le notifiche inviate direttamente al sito". Un altro problema, aggiunge, riguarda la continua ripopolazione dei siti "pirata" con link che rimandano ai contenuti appena rimossi: "Se 'rimuovere' non significa ' tenere fuori dal sito', le limitazioni imposte da Google non fanno altre che perpetuare la frode perpetrata ai danni dei detentori dei diritti da coloro che ingannano il sistema riparandosi sotto l'ombrello protettivo del DMCA (la legge americana sul copyright in ambiente digitale)", osserva Buckles citando come esempio un titolo di cui è stata richiesta la rimozione di oltre 300 copie non autorizzate e che ciò nonostante continua a comparire sui risultati di ricerca. A conclusioni analoghe è pervenuta l'italiana FIMI, secondo quanto ha dichiarato a Rockol il suo presidente Enzo Mazza: “Il meccanismo di rimozione posto in essere da Google è strutturato in modo molto abile per rendere complicato e burocratico l’invio di diffide, disincentivando l’attività di contrasto al fenomeno. Spesso ci vogliono settimane per rimuovere un link da blogspot. Questo è molto grave se consideriamo che Google spende molto del proprio tempo nel dimostrare che l’uso dei propri servizi favorisce le piccole e medie imprese, semplificandone il lavoro. In questo caso il motore di ricerca fa esattamente l’opposto”.