Lucian Grainge conferma: per venire incontro alle richieste della Commissione Europea, preoccupata dagli effetti collaterali di una fusione con la EMI che potrebbe sconvolgere gli equilibri concorrenziali del mercato discografico, il numero uno di Universal Music è disposto a fare concessioni e a disinvestire una parte degli asset patrimoniali (cataloghi ed etichette). In un'intervista rilasciata al Financial Times, il manager inglese propone anzi di stilare, di concerto con le autorità che vigilano sulla concorrenza, un "manifesto per la nuova industria musicale" che tuteli gli interessi dei consumatori e preveda nuove forme di collaborazione con le start up digitali, ma resta fermo nei suoi propositi: preservare per quanto possibile la EMI, una volta acquisite le sue strutture, e rinforzarne l'A&R, il settore artistico che - a suo dire - ha sofferto di enormi tagli mentre la major inglese era sotto il controllo della private equity Terra Firma. "Sono estremamente aperto riguardo alla prospettiva di lavorare con la Commissione, nel quadro di una politica di disinvestimenti e di rimedi comportamentali", ha spiegato Grainge al quotidiano finanziario, aggiungendo di volere investire in "generi musicali e artisti diversi, anche per lingua", e mostrandosi anche ottimista sul futuro dell'industria musicale, danneggiata pesantemente dalla pirateria e lenta a reagire ai cambiamenti ma oggi risollevata dalla presenza sul mercato di negozi digitali come iTunes e Amazon e da servizi di streaming come Rhapsody e Spotify. "Da qui a cinque anni", è la sua previsione, "l'ambiente digitale potrebbe godere delle stesse opportunità che il mercato fisico aveva 25 anni fa". La fusione Universal-EMI, già approvata in Nuova Zelanda, risulta intanto avere superato anche l'ostacolo dell'Antitrust giapponese.