Poca attenzione, se non nulla, è stata dedicata dai media e dagli addetti ai lavori a un'interessante analisi condotta da Jupiter Research sull'impatto del file sharing, dei CD riscrivibili e dell'utilizzo delle connessioni a banda larga sul calo delle vendite musicali. Credo, invece, che meriti visibilità, induca a qualche riflessione e susciti qualche commento.<br> Nel 2001 la IFPI (International Federation of the Phonographic Industry) ha stimato, per il mercato U.S.A., un decremento del 5% nelle vendite di prodotti musicali in termini di valore complessivo rispetto all'anno precedente. <br> Jupiter – che nel 2000 aveva già condotto una <a href=http://www.rockol.it/News.asp?idnews=21270>ricerca</a> che rilevava un effetto insolitamente positivo da parte dell'allora popolarissimo Napster sugli acquisti di CD – nel giugno 2001 ha condotto un'analisi a campione finalizzata a individuare i comportamenti di spesa degli appassionati di musica attivi online, di quelli esperti nel file sharing e, infine, degli esperti di file sharing dotati di connessione a banda larga e di CD riscrivibili. Il risultato annunciato e pubblicato dala società americana (originariamente Jupiter, poi fusasi con Media Metrix e diventata Jupiter Media Metrix, oggi quotata al Nasdaq) suona quasi come una provocazione: “il file sharing espande la spesa in prodotti musicali”.<br> Come mai? Perché – processando la risposta ottenuta dai componenti il campione alla domanda “Da quando frequenti il web musicale, come è stata influenzata la tua spesa abituale di musica sia online che offline?” – Jupiter rileva che gli utenti esperti nel file sharing hanno il 75% delle probabilità in più rispetto all'appassionato musicale medio di incrementare gli acquisti di prodotti musicali e, specularmente, il 27% delle probabilità in più di diminuirli. L'effetto complessivo, insomma, è nettamente positivo. Ad analoghe conclusioni si giunge raggruppando gli utenti esperti di file sharing con quelli dotati di un accesso a banda larga e di CD riscrivibili: hanno il 95% delle probabilità in più di incrementare le spese e il 65% delle probabilità in più di diminuirle rispetto agli appassionati medi.<br> Nel presentare i propri dati, la IFPI imputava l'andamento negativo soprattutto “alla copiatura di massa e alla pirateria su Internet”; la replica indiretta (e in differita) di Jupiter, esternata dall'analista musicale 'senior' del gruppo, Adam Sinnreich, è la seguente: “Si può assumere che l'utilizzo attivo di materiale musicale online rappresenti uno dei migliori indicatori per prevedere l'incremento negli acquisti da parte del consumatore. Chi vende musica, quindi, dovrebbe incanalare le proprie limitate risorse al marketing ed alla distribuzione online invece di cercare di sradicare la fantomatica minaccia del file sharing, se desidera veramente bloccare l'emorragia e ribaltare il mercato musicale”.<br> Le affermazioni ufficiali e i toni di IFPI e Jupiter sono talmente perentori da rendere le due posizioni antitetiche; ma credo che i dati, cioè la sostanza, non siano affatto in contrasto: premesso che la serietà di entrambe mi induce a darli per validi e non sospettando di secondi fini, noto semplicemente che la federazione musicale ha solo fornito una fotografia sintetica e squisitamente numerica della propria situazione di settore mentre gli analisti, come è proprio della loro missione, hanno scavato per individuare le cause di un determinato andamento di mercato e cercare di individuare movimenti e tendenze significative in un periodo di violenta e rapida trasformazione. E' vero che l'atteggiamento conservatore, difensivistico e 'proibizionista' dell'industria musicale rispetto alle nuove tecnologie è ormai entrato nel folklore delle cronache economiche e di costume ma, provando a vedere il bicchiere mezzo pieno, seppure con ritardo, da qualche tempo la sua tradizionale intransigenza si è in qualche modo incrinata. I dati denunciati a suo tempo da IFPI, come è noto, hanno trovato più di una conferma nella realtà italiana e, oggi come allora, ci allarmano, ci preoccupano, li prendiamo seriamente e, soprattutto, penso riguardino direttamente tutti noi coinvolti nella musica. Quindi, come Jupiter, desideriamo innazitutto capire. (A margine, giova tenere presente che questa azienda è da anni organizzatrice del 'Plug In', la più importante manifestazione dedicata alla musica online, di cui è decisamente un'autorità scientifica in materia; e che lavora a stretto contatto con le case discografiche).<br> Alcune considerazioni, riflessioni, interrogativi in libertà.<br> 1. Il mercato americano presenta, rispetto alla realtà italiana, differenze ed analogie. Alcune differenze: là il meccanismo promozionale conta molto sul sistema radiofonico (importanti emittenti locali e meno network; posizionamenti artistici numerosi, eterogenei e ben definiti rispetto a un'offerta piuttosto omogenea, appiattita su pochi generi di consumo), il mercato è enormemente più vasto, la ragnatela dei college rappresenta un terreno fertile per lo sviluppo di culture e controculture, favorisce la diffusione di tendenze, fornisce alla musica underground validi presupposti economici e di mercato; nicchie e 'generi minori', periodicamente, fanno registrare boom di vendita (country e musica cristiana per citare solo due esempi). Le analogie: tutto quanto è riconducibile al mainstream internazionale e al livellamento dei gusti; le mutate abitudini dei giovanissimi. Nel complesso, comunque, come ci insegna la storia e come ci conforta la statistica, il mercato discografico americano è spesso un termometro significativo della situazione planetaria e, spesso, sa anticipare 'trend' che, prima o poi, finiscono con l'interessare anche noi.<br> 2. Nel 2001 (e, come è noto, anche nel 2002), l'industria tutta ha segnato il passo, non solo la musica. Cause note e ragioni più 'sottocutanee' hanno determinato una contrazione generalizzata dei consumi. Un meno 5%, se inquadrato in un'ottica più complessiva, resta un fenomeno straordinariamente negativo o rientra nella 'normalità' di una congiuntura economica negativa…? <br> 3. Quale che sia la risposta alla suddetta domanda, pare indubbio che in un momento di comprovata crisi, alle polemiche e agli arroccamenti (sia quelli di forma, sia quelli di sostanza) siano da preferire le aperture, le collaborazioni, la flessibilità, i mutamenti strategici: insomma, tutto quanto giova a riattizzare il fuoco che langue sotto il mercato della musica. Artisti, etichette, media, retailer, organizzatori di concerti; ma anche portali, distributori digitali, sponsor: a tutti dovrebbe essere chiaro che non serve un passo indietro, semmai ne servono un paio in avanti. <br> 4. Moby ha ceduto in licenza per uso in spot pubblicitari 18 brani su 18 del suo CD “Play”. Moby è – con ogni ragione – venerato dalla critica; e nemmeno il pubblico, che in tutto il mondo ha acquistato qualche milione dei suoi dischi, lo tratta male. Gli artisti e i discografici hanno giustamente trovato fonti alternative, ma ogni tanto qualcuno finge di arrossire. Non è mutata solo la fruizione della musica da parte del pubblico, ma anche quella dell'industria, mi pare. La pubblicità, senza la musica, non funziona nemmeno. Crisi creativa o valorizzazione della musica?<br> 5. I giovanissimi (13-20 anni circa) usano molto la Playstation e ascoltano meno musica. O la ascoltano mentre sono occupati a fare altro. La pretendono gratis, non capiscono (?) che comporta un onere, sono abituati a utilizzarla come sottofondo. Svalorizzazione della musica.<br> 6. L'analisi di Jupiter, tra gli altri, ha il merito di evidenziare un fatto inconfutabile: quali che siano in futuro le proporzioni tra chi è indotto a comprare di meno e chi a comprare di più per merito o a causa della musica online, si rileva una dicotomia forte. Dovrebbe essere presa in seria considerazione. Questa dicotomia è, con ogni probabilità, figlia di due fasce di pubblico, di due segmenti, di due target che tendono – per ragioni anagrafiche e culturali – a differenziare le proprie abitudini. E' inutile insistere su vecchie equazioni di marketing, così come è inutile lottare contro i mulini a vento. La tecnologia ha successo, comportamenti e gusti sono mutati: vanno intercettati.<br> (Giampiero Di Carlo)