Il sito Web della testata musicale americana Hits Magazine è diventato il megafono di un interessante scambio di opinioni sul prezzo dei CD, argomento di discussione che appassiona e accende gli animi di addetti ai lavori e consumatori di musica negli USA come in Italia. <br> Uno degli ultimi e più stimolanti interventi in materia è quello di Don VanCleave, presidente della Coalition of Independent Music Retailers che ha base a Birmingham, nell’Alabama, il quale loda la Sony Music per la sua iniziativa di promozione di formati intermedi tra l’album e il singolo (EP a sei o sette tracce) a prezzi di listino che non superano i 9 dollari, 9 € e 70, tanto nel caso di artisti sconosciuti che di nomi già affermati. Un’ottima idea, dice VanCleave, perché tutti concordano sul fatto che non solo i CD sono ritenuti troppo cari dal pubblico degli acquirenti, ma anche che l’offerta di musica dovrebbe articolarsi su una gamma di prezzi più ampia. <br> Prezzo e formato ridotto, secondo il presidente della lobby dei rivenditori indipendenti, sono i veicoli migliori per promuovere i nuovi artisti, e la Sony sembra essere stata la prima ad accorgersene. “La gente che ha comprato Pete Yorn o John Mayer lo scorso anno sta frugando negli scaffali in cerca di qualcos’altro da comprare”, sostiene VanCleave. “E allora bisogna darglielo! Registrazioni dal vivo, outtakes, materiale tratto da programmi radiofonici: non c’è neppure bisogno di campagne marketing, basta far trovare il prodotto nei negozi: e non intaccherà neanche minimamente le vendite degli album, ma servirà piuttosto ad alimentare il passaparola e la considerazione sui nuovi talenti”. “Le case discografiche”, conclude VanCleave, “devono offrire ai consumatori uno spettro di prezzi tra cui scegliere. E devono anche placare la fame dei fan con nuovi prodotti più spesso di quanto non facciano: non dobbiamo costringerli a rivolgersi ai servizi peer-to-peer per procurarsi nuova musica dei loro artisti preferiti”.