In Europa il problema non è ancora assurto agli onori delle cronache, ma prima o poi le polemiche sul Webcasting e sulle royalty che le radio on-line devono pagare ad artisti e case discografiche per i programmi musicali diffusi in rete si scateneranno anche qui da noi. Negli USA, dove il mercato è molto più sviluppato, l’ultimo episodio della guerra riguarda i “simulcast”, cioè le ripetizioni sul Web di programmi nati e concepiti per la diffusione via etere: poiché in America (a differenza che in altri paesi, tra cui l’Italia) nulla è dovuto per la radiodiffusione “terrestre” ad etichette ed artisti interpreti (mentre percepiscono diritti i soli autori delle canzoni), le emittenti sostengono che altrettanto debba accadere quando quelle stesse musiche vengono irradiate in streaming su Internet. <br> Per questo motivo un gruppo di radio americane, appoggiate dall’associazione di categoria National Broadcasters’ Association, ha fatto ricorso ad una corte di appello della Pennsylvania sostenendo che i giudici di primo grado e l’Ufficio Copyright americano (che ha fissato d’ufficio una tariffa giudicata esosa: 0,007 cent a canzone, moltiplicata per il numero di ascoltatori della radio) hanno mal interpretato la legge. Secondo la tesi dei ricorrenti, nel modificare la normativa in materia il Congresso USA intendeva imporre il pagamento di una royalty alle sole emittenti che consentono agli ascoltatori di costruirsi programmi su misura e di scaricare le canzoni preferite sul pc, e non a chi si limita a riprodurre on-line programmi preconfezionati senza possibilità di interazione ed archiviazione da parte del pubblico. “Il Congresso – recita il testo dell’appello – ha riconosciuto da tempo le relazioni reciprocamente vantaggiose che sussistono tra le industrie radiofoniche e discografiche, ed in particolare gli enormi benefici promozionali che le etichette ricavano dalla diffusione radiofonica dei brani musicali”: in sostanza, sostengono le emittenti USA, l’ascolto in radio stimola le vendite di dischi, mentre solo il downloading può effettivamente danneggiarle. Ma l’associazione dei discografici, RIAA, non sembra essere d’accordo: “Invece di pensare a fare appelli”, ha replicato un suo portavoce, “le radio farebbero bene a collaborare di più con noi e con i nostri artisti di fronte a un mercato in rapida trasformazione”.