In risposta alle furenti polemiche (con corollario di investigazioni governative) sul modo in cui le case discografiche remunerano – o, secondo punti di vista differenti – sottraggono denaro ai loro artisti, la BMG ha annunciato che semplificherà d'ora in poi i suoi metodi contabili e di rendicontazione, senza per questo aumentare l'entità delle royalty che versa ai gruppi e cantanti con cui ha rapporti contrattuali. <br> Trasparenza sì, dunque, ma senza sborsare una lira di più. Come? Semplice: la casa tedesca rinuncerà a far gravare sulle spalle degli artisti una parte dei costi sostenuti per il packaging e il confezionamento del prodotto, come è uso comune quando si tratta di distribuire i proventi ricavati dalle vendite dei dischi. Ma allo stesso tempo calcolerà le royalty non più in percentuale sul prezzo al dettaglio ma su quello, più basso, applicato all'ingrosso: recuperando da una parte quello che concede dall'altra. BMG, comunque, è la prima major a compiere un passo del genere (e promette anche royalty più alte, analoghe a quelle previste per gli album, sulle vendite on-line). “Mi auguro serva a dimostrare che i nostri contratti sono trasparenti e non ambigui, e che abbiamo assoluto rispetto per chi compie un lavoro creativo”, ha spiegato l'amministratore delegato Rolf Schmidt-Holtz. <br> Le altre major per il momento non commentano: ma un dirigente coperto da anonimato, parlando con un cronista della Reuters, ha ammesso che certe clausole contrattuali sono arcaiche e vanno rinnovate, aggiungendo però che le deduzioni di royalty vengono spesso e volentieri manipolate dai legali degli stessi artisti per intascare più denaro dai loro assistiti: chi è innocente, insomma, scagli la prima pietra.