I quattro studenti che l’associazione dei discografici RIAA aveva portato il mese scorso in tribunale (vedi News), accusandoli di gestire delle specie di “Napster in miniatura” nei loro campus universitari, hanno patteggiato un accordo extragiudiziale con i rappresentanti dell’industria musicale. Ognuno di loro pagherà all’organizzazione una cifra compresa tra i 12 e i 17 mila dollari, suddivisa in rate annuali distribuite tra il 2003 e il 2006: una cifra nettamente inferiore ai danni richiesti dalla RIAA (che ammontavano a quasi 100 milioni di dollari), ma che la discografia USA ritiene sufficiente a scoraggiare altre iniziative del genere. Portavoce della stessa organizzazione hanno annunciato che, da quando il caso è stato portato in sede giudiziaria, almeno altri diciotto network universitari hanno chiuso volontariamente bottega. <br> Gli studenti incriminati hanno anche sottoscritto un documento che li impegna a non commettere più violazioni volontarie dei copyright, ma continuano a dichiararsi non colpevoli. “E’ spiacevole che nel cercare di proteggere i suoi profitti l’industria discografica faccia uso degli strumenti di legge per minacciare gli studenti, che sono spesso i suoi migliori clienti”, ha commentato il legale di uno dei convenuti in giudizio, il diciottenne Daniel Peng dell’Università di Princeton (gli altri istituti coinvolti nella causa sono l’Università Tecnica del Michigan e il Politecnico di Rensselaer). <br> I software gestiti dai quattro studenti, utilizzabili solo nel circuito chiuso delle università, permettevano di ricercare, scaricare e scambiare gratuitamente canzoni sotto forma di file MP3 utilizzando i server e le reti informatiche in dotazione agli enti accademici: secondo i tecnici della RIAA i quattro “network” peer-to-peer contavano complessivamente su di un database di quasi due milioni e mezzo di file non autorizzati.