La federazione internazionale dei discografici IFPI continua a fare pressioni su Google, ritenendo "insoddisfacenti" - lo ha ribadito lo scorso gennaio l'amministratore delegato Frances Moore - gli sforzi rivolti a ridurre e frenare le attività legali in rete (in particolare degradando i link pirata nei risultati evidenziati dal suo motore di ricerca). E la Web Company di Mountain View, da parte sua, replica indirettamente alle accuse in una lettera indirizzata al governo australiano e intercettata da TorrentFreak: nella missiva, inviata nell'ambito delle consultazioni avviate dalle autorità politiche con riferimento alle modifiche da apportare alla legge sul copyright, Google spiega che si sentirebbe "delusa se il governo decidesse di intraprendere la strada di una discilpina particolarmente punitiva per combattere la pirateria senza considerare le prove che in tutto il mondo dimostrano che si tratta di provvedimenti costosi da applicare per le imprese e poco efficaci". "Crediamo ci siano prove significative e credibili che la pirateria online è principalmente un problema di disponibilità e di prezzo", sostengono i portavoce del colosso tecnologico californiano. "Pertanto, incoraggeremmo il governo a promuovere nuovi modelli di business e un libero mercato per l'acquisto legale dei contenuti". Le posizioni, come si vede, restano apparentemente inconciliabili.