Diversificare gli introiti, recita il nuovo manuale di comportamento del manager discografico, costretto a cercare fonti alternative di reddito per tamponare il calo drammatico delle vendite dei dischi. Cosicchè ora l'attenzione della grande industria discografica, negli Stati Uniti, sembra polarizzarsi sul business dei concerti: la Sony Music, in particolare, avrebbe già cominciato a proporre ai propri artisti contratti di compartecipazione agli utili dei tour che contribuisce a foraggiare. La casa giapponese, e come lei altre etichette, lo intende come un sistema per recuperare una parte degli investimenti effettuati su un “marchio” artistico che, dischi a parte, esula solitamente dalla sua sfera di ingerenza (qualche major vorrebbe anche mettere le mani su una fetta dei ricavi collaterali legati ai concerti, come il merchandising): e non si tratta comunque di una novità assoluta, come dimostrano le molteplici sfaccettatture del nuovo contratto tra EMI e Robbie Williams (vedi News) e il modus operandi di etichette indipendenti come il gruppo Sanctuary. <br> I manager degli artisti non sembrano dell'idea, però, divisi tra chi rifiuta tout court l'ipotesi e chi in cambio vorrebbe un'eguale spartizione dei profitti discografici, 50/50, tra etichetta e artista: nel business musicale sta forse per aprirsi un altro fronte di guerra.