Ha suscitato un acceso dibattito la provocazione con la quale Michael Huppe, amministratore delegato di SoundExchange, società di collecting con sede a Washington DC, ha aperto il discorso inaugurale del New Music Seminar di New York: il ceo della società statunitense ha senza mezzi individuato nella radiofonia il primo male dell'industria musicale. "Se, per ipotesi, domani le radio commerciale sparissero, secondo voi le vendite dei dischi calerebbero o si alzerebbero?", ha arringato la platea Huppe, stimando in 17 miliardi di dollari il ricavo complessivo annuale del panorama FM a stelle e strisce: l'etere, oltre che a non corrispondere - secondo Huppe - una quota equa al proprio partner discografico, ormai sarebbe inutile persino come termometro delle tendenze musicali presso il pubblico. In sostanza, le radio non solo sarebbero inutili, ma drenerebbero risorse a una già anemica industria del disco. A sostegno della sua tesi, Huppe ha portato tre casi esemplari: il primo si riferisce alla stagnazione nelle vendite discografiche tra gli anni Venti e Quaranta, alba dell'epoca radiofonica, il secondo al "trascurabile impatto" avuto sulle vendite dall'avvento delle emittenti commerciali britanniche negli anni Settanta, e il terzo su una radio tematica newyorchese, la NASH-FM, completamente dedicata al country, che però non ha saputo risollevare le vendite del genere nella zona della Grande Mela.