Universal Music, nelle ultime settimane, è uscita allo scoperto rivelando il proprio punto di vista a riguardo della musica in streaming e dei servizi che la offrono. E infatti il CEO della compagnia, Lucian Grainge, ha spiegato - nel corso della conferenza Code/Media - l'importanza di incoraggiare modalità a pagamento e in abbonamento, dicendosi frustrato e scontento dei servizi gratuiti offerti da Spotify e altri competitor simili. Come se non bastasse, uno dei più forti sostenitori dell'utilità della modalità "freemium" nello streaming - nonché braccio destro di Grainge per tutto ciò che concerneva il digital - ha lasciato improvvisamente l'azienda: stiamo parlando di Rob Wells. Quindi, come riporta il Financial Times, non sorprende che Universal, in fase di rinegoziazione dei propri accordi di licensing con Spotify, stia tirando il freno, cercando di persuadere il partner a spingere più sui servizi a pagamento - magari reintroducendo un limite di ascolti per utente, in modo da incentivare gli abbonamenti. Universal peraltro in questa situazione si trova in una difficile posizione: è proprietaria di una parte di Spotify e ha tutto l'interesse che il servizio proliferi e si espanda. Ma, d'altro canto, difficilmente può cedere e piegarsi a un business model che nel lungo periodo non sia in grado di portare sostanziosi introiti. E' chiaro, però, che se UMG dovesse forzare troppo la mano a Spotify verso una restrizione del servizio gratutio, tutto ciò potrebbe portare una perdita di utenti e quindi di peso sul mercato dello streaming (che al momento vede Spotify dominare).