Il lancio di TIDAL (o meglio, il reboot di TIDAL) è avvenuto in pompa magna. Ma vediamo più nel dettaglio gli aspetti che contraddistinguono questo servizio - pro e contro, aspirazioni, obiettivi - per capire meglio se siamo di fronte a una potenziale rivoluzione del mercato della musica in streaming, o meno. Innanzitutto partiamo dalla genesi dell'idea: alla base del progetto - come riportato da "Showbiz" già un paio di settimane prima del lancio - c'è il concetto di creare una sorta pool di artisti (da qui il coinvolgimento dei 15 big, oltre a Kanye West: Beyoncé, Rihanna, Kanye West, Jack White, Arcade Fire, Usher, Nicki Minaj, Coldplay, Alicia Keys, Calvin Harris, Daft Punk, deadmau5, Jason Aldean, J. Cole e Madonna) ispirato ai principi che fecero nascere la United Artists nel 1919. In quell'anno, infatti, un gruppo di star del cinema – Charlie Chaplin, Mary Pickford, Douglas Fairbanks e il regista D.W. Griffith – si associarono, creando una propria compagnia, per contrastare la rampante attitudine commerciale e cannibalistica delle major dell'industria: la loro volontà era di riuscire a trarre profitto dalla propria arte, mantenendone il controllo e privilegiando la qualità. Quest'idea ha decisamente un notevole appeal - almeno per gli artisti - e ha catturato anche una come Taylor Swift, nota per il gran rifiuto a Spotify e per le sue posizioni critiche nei confronti della musica in streaming. Taylor, infatti, ha concesso il proprio catalogo completo a TIDAL (non si tratta comunque di un'esclusiva, a onor del vero, in quanto è presente anche nei database di altri servizi come Rhapsody, Beats Music e Rdio - come fa notare "Billboard"). Ma vediamo più nel dettaglio cosa offre - e non offre - il nuovo TIDAL. Innanzitutto i costi: sono possibili due modalità di abbonamento, 19,99 dollari al mese (per l'accesso a contenuti video e audio in alta definizione, oltre che a contenuti editoriali speciali e playlist curate), oppure 9,99 dollari (con cui si accede a video e audio di qualità standard, compressa). Le feature che distinguono TIDAL dai competitor sul mercato dello streaming sono essenzialmente queste: presenza dei credits precisi e dettagliati per ogni brano (visionabili al momento, a quanto pare, solo nella versione app per mobile), con informazioni su artisti, autori, tecnici, produttori... riconoscimento audio in stile Shazam audio di qualità elevata video musicali senza spot e pubblicità contenuti editoriali (come playlist curate da star e articoli) TIDAL sembra essere, invece, ancora perfezionabile - come sottolinea "Billboard" - dal punto di vista social (non è prevista alcuna interazione fra utenti), per la mancanza dei contenuti extra (date di concerti, testi, merchandising degli artisti...), per alcune pesantezze nel meccanismo di ricerca e per l'assenza di un algoritmo di suggerimenti per la scoperta di nuovi artisti (su TIDAL ci va chi ha le idee chiare e sa ciò che cerca, in poche parole). Passati in rassegna i dati oggettivi, resta da valutare il reale impatto sul mercato di TIDAL. Ovvero: è realmente plausibile che un servizio del genere possa contrastare il gigante Spotify, che peraltro offre un servizio free a chi lo desidera? Sono molte le campane degli scettici. Ad esempio, come Colin McLaughlin scrive (con una certa vis polemica) su "Consequence of Sound", gli utenti che fanno fare grandi numeri alle piattaforme come Spotify potrebbero semplicemente non essere interessati all'offerta di TIDAL: Là dove voi [gli artisti stakeholder di TIDAL - ndr] vedete un'opportunità, io vedo dei ragazzini che si scambiano link di Zippyshare perché non possono fare altro (non hanno soldi da spendere) oppure perché non gli interessa altro. La faccenda della piattaforma gestita dagli artisti non farà mai presa su di loro - e loro sono la maggioranza del bacino di utenza. E questi ragazzini se sono indie non ascoltano Win Butler; se seguono il mainstream non ascoltano Beyoncé – o meglio, non le daranno retta per questa storia. Se qualcuno abbocca e si abbona a un servizio di streaming, vuol dire che a) ha già qualche soldo (ma moltissimi sono al verde), b) crede nel supportare gli artisti in difficoltà o c) desidera risolvere un problema. E voi cosa date a questi ragazzi? Un audio migliore? A loro non interessa. Neil Young probabilmente si sta disperando proprio ora, per questa cosa. Anche il "Time" non premia TIDAL e lo liquida piuttosto seccamente: Tutte le star presenti alla conferenza di lancio di TIDAL hanno fatto un pessimo lavoro nel cercare di spiegare perché un utente abituato a sentire la musica gratis dovrebbe iniziare a pagare per farlo. Nell'era di Spotify è legale ascoltare musica costantemente e senza spendere soldi. E contrastare questo dato di fatto con l'assunto morale che le star preferirebbero che noi non ascoltassimo la musica in streaming gratis ha un senso logico solo se credi che le star debbano sempre ottenere tutto ciò che vogliono [...]. Invece di costruire un sistema migliore, Jay Z e i suoi amici hanno - al momento - speso energie per un prodotto che è più o meno uguale a Spotify, ma più costoso.