Ci immaginiamo la scena: i numeri uno della musica italiana sullo stesso palco, assieme per lanciare un servizio di streaming, come è successo negli Stati Uniti con Tidal, che ha coinvolto i pesi massimi della musica mondiale. Possibile? “Non vedo perché no, è una scelta degli artisti”, spiega a Rockol Enzo Mazza, a capo della FIMI, l’associazione che rappresenta le major discografiche nazionali. Mazza poi racconta il suo punto di vista sulla difficile replica di un evento del genere sul nostro territorio: “Penso che in Italia non tutti gli artisti abbiano compreso bene il valore dello streaming. Abbiamo ancora una mentalità leggermente ostile al digitale e in alcuni casi ostile allo streaming”. Mazza porta un esempio interessante: “Dico che da quando abbiamo deciso di integrare lo streaming nelle classifiche ufficiali redatte dalla FIMI, solo allora alcuni artisti hanno deciso di apparire su questi servizi. Prima neanche ci andavano. Siamo ancora indietro sull’aspetto della musica digitale”. In Italia artisti molto attenti a questa dimensione ci sono eccome, in realtà: secondo noi Jovanotti avrebbe la passione, la competenza e la visione per mettere assieme un parterre de roi simile a quello organizzato da Jay-Z per il lancio di Tidal. Lorenzo è attualmente in sala prove per il prossimo tour negli stadi; il suo ufficio stampa, a nostra richiesta di avere il suo parere su quanto avvenuto in America per Tidal, ci ha - peraltro cortesemente - negato la possibilità di una chiacchierata in questo momento. Coalizioni di questo genere, ci spiega ancora Mazza, hanno però luogo non solo per la passione, ma per precisi piani: “Questo lancio è un’operazione di marketing, basata sul fatto che Tidal riconosce una quota di partecipazione agli artisti coinvolti. Non si creda che Madonna e gli altri sono entrati semplicemente perché era cool… Sono stati coordinati e rappresentati in un’operazione di co-branding, sul quale gli artisti hanno un loro ritorno economico. E’ paragonabile all’operazione degli U2 con Apple, per esempio”. La nostra domanda successiva è semplice: è possibile che accordi tra piattaforme e artisti di questo genere portino alla presenza esclusiva su Tidal o su altre piattaforme di streaming, anche in Italia? Insomma, possibile che nel futuro prossimo il catalogo dei nostri artisti sia reperibile solo su una piattaforma, o che questo avvenga all’estero per Tidal? “Già è capitato”, ci spiega Mazza. “Ci sono lanci di album che avvengono su una piattaforma piuttosto che sull’altra: anche queste sono operazioni di marketing, in cui gli artisti e le case discografiche decidono le migliori strategie. Le esclusive o le presenze o meno sono evidentemente decisioni prese a tavolino, così come per esempio il caso di Taylor Swift, che non era contro lo streaming, come si è detto: non era su Spotify, ma la sua musica era su YouTube. Era una scelta. Dipende anche dagli accordi che gli artisti hanno con le etichette: sono operazioni di convenienza economica, accadono nel momento in cui ci sono delle proposte a cui gli artisti e le etichette danno seguito. Questa operazione è di più ampio respiro perché ha coinvolto molti artisti nel lancio, ma rimane marketing”. Mazza, in generale, rimane scettico sull’operazione Tidal e spiega che il problema dello streaming non è coinvolgere le star (“Avevano sostenuto anche MySpace”, ricorda), ma creare un modello di servizio che si rivolga ad un pubblico più ampio: “Il principio su cui si basa Tidal è interessante, ma è diretto principalmente ad un heavy buyer di musica, non è un prodotto concepito per il largo consumo. Il problema dell’industria e degli artisti è creare un’economia sostenibile dello streaming, e questa si realizza con piattaforme che hanno milioni di consumatori a livello globale. Per ora Tidal è un fenomeno di nicchia. Viene presentato come un’alternativa ai grandi player, ma non lo è ancora. Non bisogna pensare solo ai consumatori di dischi, oggi il mercato della musica deve diventare globale, ci vogliono milioni e milioni di consumatori. Se no, non si ritornerà mai negli investimenti. Non si può pensare di risolvere questa situazione semplicemente dando più royalties agli artisti. Le royalties aumentano se cresce tutta la struttura”.