Ora, può benissimo essere che TIDAL non abbia fatto registrare quel boom che immaginavano in tanti - soprattutto il suo ideatore e la cordata di colleghi che ha deciso di seguirlo, non ultimo Jack White, che in occasione dell'ultima tappa del suo tour acustico non ha mancato di ricordare al pubblico, anche a quello che lo guardava, in esclusiva, su TIDAL, che "la musica non è gratis". Ed è altrettanto probabile che Jay-Z, abbandonatosi a un vigoroso sfogo via Twitter nel corso dello scorso weekend, possa sentirsi frustrato - lui, il Re Mida dell'hip hop americano, improvvisamente balzato dai tappeti rossi a un sentiero sdrucciolevole, e per giunta in salita: è vero che in qualsiasi mare un pesce grosso è sempre, inevitabilmente destinato a incontrare un pesce ancora più grosso, ma il tweet sulla capitalizzazione dei competitor (che, tra l'altro, in sede di presentazione della sua piattaforma lui nemmeno considerava tali) calibrata per dipingere la sua società come un Davide contro tanti Golia pare più un accesso di vittimismo che un "fact", come lo chiama lui. C'è però un'osservazione del rapper meritevole di un approfondimento: "Ci sono tante grosse società che spendono milioni in campagne diffamatorie: noi non siamo contro nessuno, siamo solo a favore degli artisti e dei fan" Sarebbe lecito pensare che un'eventuale campagna di diffamazione possa provenire dai diretti concorrenti, ma - così - sarebbe troppo facile. Conviene allora risalire ad altri due tweet del rapper: "Gli artisti indipendenti che lavorano con noi sono proprietari al 100% della loro musica (...) TIDAL è il posto dove gli artisti posso dare ai propri fan più di ciò che gli viene offerto dagli intermediari" Gli intermediari, appunto. Cioè le case discografiche. Che però da questa triangolazione di interessi parrebbero essere escluse. Parrebbero, appunto, perché, come ha appreso Rockol da una fonte assolutamente autorevole: "Le major possiedono quote di Spotify vicine al 20%" Vistosi sorpassato a destra dalle moderne piattaforme streaming, e ancora più a destra da un consorzio di artisti che - sfruttando la tecnologia e piegando la propria popolarità a fini commerciali - si è messo in una posizione tale da gestire direttamente la distribuzione dei propri cataloghi su un canale che (è notizia di qualche giorno fa) ha ormai raggiunto, in termini di volume d'affari, quelli tradizionali, l'establishment commerciale starebbe tentando la scalata al nemico del suo nemico, che a questo punto - come vuole la regola - sarebbe diventato suo amico. E che, se controllato, gli garantirebbe quel ruolo da intermediario che TIDAL mira a cancellare. Di qui a ipotizzare anche lontanamente che siano reali le campagne diffamatorie ventilate da Jay-Z, ovviamente, ce ne passa. Però si sa: a pensare male si fa peccato, ma a volte ci si indovina...