L’approvazione della joint venture/fusione tra Sony e BMG, ufficializzata nella serata di lunedì (19 luglio), non significa che l’Antitrust europeo e gli organi comunitari sono pronti a spianare la strada ad altri analoghi progetti di concentrazione aziendale tra imprese del settore (leggi EMI Warner). Lo hanno chiarito i portavoce della Commissione Europea, spiegando che l’autorizzazione al “merger” tra le due major discografiche è arrivata solo perché non sono state riscontrate prove sufficienti di possibili collusioni sui prezzi e di altre azioni che possano danneggiare i consumatori. <br> Con il consolidamento tra Sony e BMG, la nuova “super major” controllerà circa un quarto del mercato mondiale della musica registrata: una percentuale analoga a quella di Universal, più forte in Europa e meno negli Stati Uniti, con EMI e Warner a dividersi tra loro un altro 30 % e il restante 20 % spezzettato tra le etichette indipendenti. “La Commissione”, hanno ammonito i funzionari di Bruxelles a proposito del nuovo scenario che si viene a creare, “terrà d’occhio da vicino il settore musicale e vaglierà attentamente ogni altra ulteriore concentrazione che dovesse verificarsi nell’industria”. <br> Dal canto suo, l’associazione delle indies Impala non ha preso bene, come c’era da aspettarsi, la notizia: “Pessima, non solo per le etichette indipendenti, ma anche per i commercianti e per gli artisti”, ha commentato il portavoce Jean-Luka Monte, senza preannunciare peraltro un probabile (e inutile?) ricorso ai tribunali per tentare di ribaltare la decisione appellandosi alle leggi che tutelano la concorrenza. Sony e BMG assicurano che l’approvazione del merger permetterà loro di investire più denaro in artisti nuovi, a tutto vantaggio della “diversità culturale” in Europa. Chissà se è vero, nei giorni in cui, anche in Italia, circolano voci di non poche epurazioni dai “roster” artistici di alcune major.