Appena circolata la notizia del via libera istituzionale alla fusione tra Sony e BMG (vedi News), i commenti dal mondo discografico indipendente internazionale non si sono fatti attendere. E sono, com’era prevedibile, di tono prevalentemente polemico. “Se fossi nei panni di EMI o di Warner mi farei qualche domanda” ha commentato Alison Wenham, capo responsabile della Association of Independent Music inglese (Aim) al sito del settimanale Music Week. “Le condizioni di mercato non sono cambiate, dai tempi in cui il loro tentativo di merger venne bloccato. E questa notizia sconfessa la credenza secondo cui l’Unione Europea ha particolarmente a cuore le piccole imprese. E’ stupefacente il fatto che due società controllino da sole oltre il 50 % del mercato (l’altra è Universal): non siamo nell’industria automobilistica, siamo in un settore creativo”. <br> Altrettanto duro il commento di Martin Mills, presidente del Beggars Group, secondo cui “la vera ragione della fusione non risiede in una necessità economica dettata dalle mutate condizioni del mercato ma nel desiderio di dominare e di controllare gli sbocchi commerciali e promozionali attraverso cui tanta nuova e ottima musica viene oggi diffusa. Ancora più preoccupante”, dice Mills, “il fatto che avendo autorizzato le cinque major a diventare quattro, le autorità permetteranno alle attuali quattro di diventare tre, in un prossimo futuro” (deduzione smentita, almeno a parole, dai funzionari della Commissione Europea, vedi News). Tra i pochi a gioire c’è Andy Taylor, presidente esecutivo del gruppo Sanctuary: “I precedenti interventi di ‘razionalizzazione’ hanno finito per favorirci: il risultato è stato invariabilmente di rendere disponibili sul mercato artisti validi e con una storia alle spalle”. I colleghi che la pensano diversamente stanno valutando l’opportunità di ricorrere in appello contro le decisioni degli organi antitrust.