Ed Sheeran ha piazzato tutti i 16 brani del suo nuovo album “Divide” nella top 20 dei singoli britannica. Sostanzialmente, l’ha occupata e la domina. Congratulazioni sincere a lui, ed al prossimo, alla prossima o ai prossimi che dovessero bissare l’impresa. Ci si chiede, però, che senso possa avere un episodio del genere, considerato che non stiamo riflettendo a consuntivo dell’andamento in classifica – che so – di “Thriller” a 18 mesi dalla sua uscita, ma di un binge listening. E’ sensata, è efficace una rilevazione di questo tipo? Tempo fa la discografia britannica ha deciso di incorporare gli stream nella classifica, ed oggi questa metodologia sta mostrando, soprattutto grazie a un episodio eclatante come questo, tutti i suoi limiti. Due metriche profondamente diverse convergono in un’unica graduatoria, ed i risultati sono contraddittori. Gli stream sono un indicatore di utilizzo e coinvolgimento dell’ascoltatore, qualcosa di molto differente dai risultati di vendita. Riecco le mele con le pere – ancora una volta, come nella questione del value gap. Al punto da dare fiato – ancora una volta – a chi si arrabatta per tentare spericolate operazioni di conversione tra stream e download (ovvero, quanti dei primi equivarrebbero a uno dei secondi, in quantità e in valore). Assurdo che l’industria musicale, che opera da decenni tra criticità e dinamiche di trasformazione così importanti da porla all’avanguardia della rivoluzione digitale rispetto a quasi ogni altro settore, desideri zapparsi i piedi così. Non funziona, punto. Chi avrebbe l’autorità per decretare che un singolo valga ‘n’ stream? Vogliamo veramente sostenere che un singolo da un dollaro suonato 1000 volte valga più dello stesso singolo pagato sempre un dollaro da un altro cliente che l’ha suonato solo 3 volte? Due metriche distinte, due classifiche distinte. Ed Sheeran può dominarle comunque. O no. E allora? (gdc)