A Bruxelles è in dirittura d'arrivo la finalizzazione del Digital Markets Act (DMA), un pilastro della nuova strategia digitale dell'Unione Europea: Parlamento Europeo e Consiglio Europeo sono alle battute finali del testo. Vale la pena tenere presente sia la sostanza che alcuni tediosi ma cruciali dettagli della nuova legge, che impatta anche sull'industria musicale. Partendo dalla sostanza del DMA, basti considerare che con la sua approvazione, tra le altre cose, i produttori di app potranno utilizzare sistemi di pagamento alternativi su dispositivi Android e iOs per i pagamenti in-app. Si pensi a Spotify per immaginare la portata del cambiamento strategico ed economico, considerando che la commissione spettante alla piattaforma che ne ospita l'app è del 30%. Più in dettaglio, il DMA è parte del più ampio Digital Services Act, il cui obiettivo consiste nell'incrementare le responsabilità delle aziende digitali in tema di vendita e distribuzione di contenuti e servizi potenzialmente nocivi sulle loro piattaforme, mentre il Digital Markets Act si propone come barriera allo sfruttamento iniquo del loro potere di mercato da parte dei grandi gruppi di tecnologia digitale (big tech). Si noti anche che il DMA si pone come strumento normativo ex ante (la normativa antitrust attuale, per dire, è applicata ex post) e che introduce: - divieti o restrizioni nell’esecuzione di pratiche commerciali (inserite dalla Commissione Europea nella propria blacklist), - nuovi obblighi (inclusi invece in una whitelist) in capo alle piattaforme per modificarne le pratiche commerciali e facilitare la concorrenza, - rimedi ad hoc da applicarsi alle LoPs ("Large Online Platforms") caso per caso. Le aziende potranno essere considerate “gatekeeper” in base a determinate condizioni definite ai sensi del Digital Markets Act: in quel caso, per evitare pratiche sleali, dovranno osservare una serie di divieti e obblighi tra cui i principali sono: divieti di discriminazione a favore dei propri servizi, obblighi di garantire l’interoperabilità con la propria piattaforma ad altre piattaforme concorrenti obblighi di condividere, nel rispetto delle norme sulla privacy, i dati che vengono forniti o generati attraverso le interazioni degli utenti commerciali e dei loro clienti sulla piattaforma dei gatekeeper. In caso di violazione le sanzioni arrivano fino al 10% del fatturato globale e - per violazioni ripetute - o fino al 20% o addirittura a rimedi straordinari, come l’obbligo di cessione di parte degli asset aziendali. L'impatto sulle big tech che dovessero configurarsi come gatekeeper è significativo, considerando che dovranno permettere all'utenza di scegliere di non combinare i dati personali tra i vari servizi, che non potranno favorire i propri servizi nei ranking, che non potranno utilizzare i dati degli utenti commerciali per competere con loro, che saranno obbligate a consentire agli utenti business di offrire gli stessi prodotti a prezzi e condizioni diverse da quelle della piattaforma. Soprattutto, come si accennava, si afferma l'obbligo di offrire condizioni eque agli utenti commerciali che utilizzano le loro piattaforme, come gli app store. La normativa si inserisce in un contesto già molto denso di controversie e di iniziative legali, con Google indagata per il problema del ranking dei suoi servizi, Amazon e Apple sotto accusa perchè non consentono di offrire a condizioni diverse da quelle delle loro piattaforme e tutti i giganti, compresa Meta per Facebook, che sono indagati circa i dinieghi ingiustificati ai dati sugli utenti in tema di interoperabilità di hardware e software. Due reazioni ufficiali raccolte sui media anglosassoni sono quelle di Alphabep per Google e di Apple. La prima: Mentre sosteniamo molte delle ambizioni del DMA sulle scelte dei consumatori e sull'interoperabilità, restiamo preoccupati che alcune di queste regole possano ridurre l'innovazione e limitare le scelte degli Europei. La seconda: Le nuove regole creeranno agli utenti vulnerabilità indebite in termini di riservatezza e di sicurezza.