Come ogni anno, Will Page, ex chief economist di Spotify, ha pubblicato i dati del 2021 relativi al valore globale del copyright musicale, facendo quindi riferimento all’insieme delle attività svolte per la produzione di beni e servizi. Il report prende in riferimento i risultati dell’attività di quattro società, ovvero della International Federation of the Phonographic Industry (IFPI) per i ricavi della musica registrata, dell’International Confederation of Societies of Authors and Composers (CISAC) per gli incassi delle collecting, di Music & Copyright per i ricavi dell'editoria e di Midia Research per la musica di produzione esente da royalty. Page ha dichiarato: “Nel 2021, i diritti d'autore musicali hanno raggiunto un valore di 39,6 miliardi di dollari, traguardo nettamente superiore ai 25,9 miliardi di dollari riportati nel Global Music Report (GMR) dell'IFPI dello stesso anno e in crescita del 18% rispetto al 2020”. Dall’analisi emerge un dato molto importante: nel 2021, la quota degli editori è scesa al 34%; Page ne ha spiegato il motivo: "La risposta è la ripresa della domanda dei consumatori che tradizionalmente favorisce le etichette rispetto all'editoria. Questo è stato accentuato dall'impatto negativo della pandemia sulle licenze commerciali, che sono più vantaggiose per gli editori che per le etichette". Il manager non lascia da parte il segmento dello streaming che ha rappresentato il 55% del valore sopra indicato, in aumento rispetto al 52% del 2020. Citando i dati dell'IFPI, Page ha suggerito che lo streaming ha reso la musica "più globale nella cultura, ma più americana nel commercio". La quota degli Stati Uniti nel settore delle registrazioni è infatti cresciuta dal 26% al 38% dal lancio di Spotify nel 2011.