“Usare la parola per cambiare qualcosa: sono sicuro che si possa ancora fare” E’ Dante il nuovo artista del mese di Indie Come Me, carrellata sui talenti emergenti del panorama italiano curata da Tunecore. Originario di Milano, classe 2003, Dante - nome all’anagrafe, oltre che d’arte - scrive da quando aveva poco più di dieci anni: “Da bambino la creatività era derivata più dalla noia o dalla follia, ma adesso sto affrontando un periodo della mia vita più forte di quello che ho affrontato da bambino”. “Scrivere è la cosa che mi aiuta a liberarmi”, dice: “Quello che vedo non è quello che rispecchia me. E, secondo me, non è nemmeno quello che rispecchia la nostra generazione. Per questo mi sono imposto di usare la parola per cambiare qualcosa: sono sicuro che si possa ancora fare. Ormai siamo nella merda, non possiamo negarlo”. “‘Cappuccio’ nasce in un periodo abbastanza ambiguo della mia vita”, spiega Dante a proposito del suo brano più noto: “Due anni fa è venuto a mancare il mio migliore amico, e dentro di me si è innescato un concetto di programmazione del futuro basato su cose reali. Cose vere, come la verità della vita. ‘Cappuccio’ è nata dopo questa situazione, per parlare a me stesso, oltre che come critica ai rapporti, che ormai non sono più veri e non sono più legati a sensazioni umane”. “Milano è il luogo in cui sono nato”, spiega a proposito della sua città: “E’ dove ho la maggior parte dei ricordi, ma non solo. E’ una città, Milano, che secondo me nella mia vita è di passaggio: dovrò trasferirmi in un’altra città, per forza di cose, ma sono sicuro che questa sia casa mia”. L’artista si definisce “un ragazzo che scrive per raccontare ciò che vede e che sente intorno a sé, con un forte senso critico sulla società in cui vive, in modo genuino e personale”. Influenzato da rap, soprattutto da quello americano - “sono un grande fan di Eminem, fin da quando ero bambino, e di Yung Lean”, Dante descrive il suo sogno come “la voglia di poter far arrivare a tutti un messaggio, quello dell’importanza dell’identità personale, e non per forza di appartenenza a qualcosa e qualcuno”. Perché, per lui, l’unica appartenenza è quella “alla condizione primaria umana”, quella incontrata sulle strade che percorre per “scoprire le cose di cui davvero si ha davvero bisogno”.